La mancanza di risorse, di cui soffrono gli atenei italiani rispetto a quelli americani, inglesi e ora anche spagnoli, deriva soprattutto dagli scarsi investimenti del mondo produttivo, secondo il ministro Fabio Mussi. “Le nostre imprese hanno scelto un modello di sviluppo senza ricerca”
di Irene Consigliere
“Non siamo meno bravi di altri. Quello che ci manca sono le risorse e la domanda di conoscenza da parte delle imprese”. Questa la principale motivazione data da Fabio Mussi, ministro dell’università e della ricerca, per giustificare le difficoltà del nostro sistema universitario a competere con quello europeo e americano. E a confermarlo è un rapporto inglese che sostiene che i nostri ricercatori, contrariamente a quanto vuole un trito luogo comune ripreso dai grandi media, sono per capacità individuale tra i più efficienti al mondo. Da ricordare poi che anche in Italia non mancano le eccellenze. Se teniamo conto della grandezza degli istituti, troviamo che la Sissa (Scuola internazionale superiore di studi avanzati ) di Trieste e la Scuola Normale di Pisa si classificano, rispettivamente al 17° e al 24° posto al mondo. E in Europa figurano, rispettivamente, al 5° e all’8° posto.
E come si può rendere il nostro sistema universitario competitivo come quello inglese, americano e spagnolo (secondo l’annuale classifica del Financial Times gli istituti e le business school di questi paesi sono nei primi dieci posti) e quali altri problemi si trova ad affrontare il nostro mondo accademico?
Partiamo da alcuni dati strutturali. Nei sistemi americano, inglese e, da qualche anno, spagnolo, c’è una domanda forte o crescente di alta formazione e di ricerca scientifica da parte della società e da parte delle imprese. Per motivi storici, di specializzazione produttiva ma anche culturale le nostre imprese non richiedono né lavoratori ad alta qualificazione né ricercatori. Se guardiamo invece all’offerta di lavoro per titolo di studio dell’ultimo anno secondo i dati di Unioncamere, scopriamo che le imprese italiane hanno richiesto soprattutto lavoratori con il diploma delle scuole dell’obbligo e che fanno fatica ad assumere giovani diplomati e ancor più laureati. L’esatto contrario di quanto avviene negli Usa, nel Regno Unito e in Spagna. Stesso discorso per la ricerca scientifica. Da troppi anni le nostre imprese hanno scelto, uniche tra quelle di tutti i paesi avanzati, un modello di sviluppo senza ricerca. A parità di fatturato un’impresa italiana investe fino all’80% in meno in ricerca di un’azienda americana. Diverso il discorso sull’università in generale e sulla qualità dei nostri ricercatori. Nelle classifiche internazionali assolute, le nostre università non brillano. Anche perché spendiamo troppo poco nel pacchetto conoscenza: l’Ocse ci dice che nel combinato disposto di educazione più ricerca l’Italia investe il 2,4% del pil, contro il 3,6 della Gran Bretagna e il 6,6 degli Stati Uniti. I nostri atenei scontano questo gap. Per rendere il nostro sistema universitario più competitivo dobbiamo dunque incoraggiare la domanda di alta formazione e di ricerca da parte delle nostre imprese. D’altra parte questo un problema strategico per il paese. Se non iniziamo a produrre anche beni ad alta tecnologia e ad alta intensità di conoscenza, la competitività complessiva del sistema paese è destinata a diminuire. Se dunque la domanda di alta conoscenza aumenta in modo netto, allora anche le università dovranno attrezzarsi meglio. Proprio perché in media la qualità dei docenti, la qualità dei ricercatori e la qualità degli studenti è molto elevata. Dovremo investire tutti di più nell’alta formazione. Lo stato, certo. Ma anche le imprese. Consideri che negli Stati Uniti i soli fondi privati alle università rappresentano l’1,4% del pil. Questi fondi si aggiungono a un ulteriore 1,2% messo a disposizione dal governo federale. In Europa la spesa complessiva, pubblico e privato, non va oltre l’1,1% e in Italia è appena dello 0,88%.
Qual è il ruolo delle università nella mobilità sociale?
Ci sono molti studi che dimostrano come la mobilità sociale nel nostro paese sia tra le più basse del mondo avanzato. La nostra è una società cristallizzata. Immobile. Non è un caso che sia un’eccezione sia per la scarsa mobilità sociale sia per la scarsa domanda di formazione e di ricerca. Molto probabilmente sono due facce della stessa medaglia. Dobbiamo migliorare l’università. Dobbiamo favorire l’accesso all’università dei giovani più bravi e non dei giovani più ricchi. Ma dobbiamo soprattutto creare una domanda forte di lavoro altamente qualificato. Dobbiamo entrare nell’economia della conoscenza. Solo una società aperta che compete al meglio a livello internazionale diventa una società dinamica al suo interno.
Quali le riforme necessarie per accrescere il contributo delle università nel promuovere la mobilità sociale?
Le riforme necessarie sono quelle che ho detto: cambiare la vocazione profonda del sistema paese. Spingere l’Italia a entrare nella società della conoscenza. In questo ambito, le università possono svolgere un ruolo importante e nuovo. È importante inoltre che accrescano la quantità e la qualità delle loro attività, ovvero della ricerca e della formazione e diffondano il sapere nella società. Non solo attraverso il trasferimento della conoscenza alle imprese, ma anche e soprattutto diventando uno dei luoghi dove si costruisce la cittadinanza scientifica. Poiché la scienza è parte sempre più importante della dinamica sociale, tutti noi abbiamo diritto ad accrescere la nostra cittadinanza scientifica. Che è una cittadinanza complessa: culturale, sociale e anche economica. L’università deve intrecciare un discorso molto fitto con la società per consentire ai cittadini di formarsi lungo l’intero arco della vita, di acquisire gli elementi base per poter realizzare scelte politiche ed etiche consapevoli, deve consentire ai giovani e anche ai meno giovani di capitalizzare i saperi per diventare imprenditori di se stessi in una società della conoscenza democratica, dove la conoscenza è fattore di inclusione e non di esclusione sociale. So che sto descrivendo un’università tutta da costruire, non solo in Italia. Ma penso che questo sia lo sfondo entro il quale muoversi, anche in Italia.
E come migliorare l’efficienza e la qualità del sistema universitario?
La soluzione è una sola: premiare i più bravi, non i più furbi o i più danarosi. Per realizzare questa riforma occorre agire - e noi lo stiamo facendo – a più livelli. Occorre bloccare - e noi lo abbiamo fatto anche con una certa durezza quando era necessario – ogni tentativo di dequalificare il titolo universitario. Sia chiudendo le università che non meritano, come abbiamo fatto con alcune università telematiche. Sia impedendo il mercato dei crediti. Occorre inoltre cambiare radicalmente le regole, per contrastare il localismo e il nepotismo. Stiamo iniziando, a partire dalle regole di selezione dei ricercatori universitari, un’autentica rivoluzione. Abbiamo separato il reclutamento dall'avanzamento di carriera. Al concorso per l’assunzione niente scritto e orale, ma standard internazionali e referees anonimi, prima delle Commissioni di Ateneo. Verranno valutati i titoli, le lettere di presentazione e i seminari. Alla fine ci sarà un'ulteriore verifica di tutto il lavoro. La valutazione sarà anonima e affidata a un organismo internazionale. E poi niente idoneità, in aggiunta ai vincitori. Un posto? Un vincitore e basta. Due posti? Due vincitori e basta. Dopo l'assunzione ci sarà un altro passaggio di valutazione da cui dipenderà la conferma o la revoca del budget. Non ci fermeremo qui. La riforma per il reclutamento dei ricercatori sarà un esperimento, se funzionerà estenderemo i principi ai docenti universitari. Intanto confidiamo che diventi operativa che l’Agenzia nazionale per la valutazione (Anvur) che stiamo istituendo affinché conferisca alle singole università e all’intero sistema universitario lo stimolo sempre più potente per acquisire fino in fondo la cultura del merito. Anche l’istituzione di un fondo unico per la ricerca (First) va in quella direzione. La nostra intenzione è che, in prospettiva e con tutta la necessaria progressività, le università migliori (o che migliorano) abbiano maggiori finanziamenti. Come vede è un’intera costellazione di provvedimenti che punta verso il medesimo obiettivo: premiare chi merita.
Quali sono i requisiti richiesti ai manager del futuro e in quale modo stanno rispondendo o dovrebbero rispondere le università?
Ai manager del futuro, penso, verranno richieste due grandi qualità. La prima è riuscire a competere nell’economia della conoscenza. Che è un’economia globale in cui processi, prodotti, paradigmi cambiano in continuazione. Quindi la qualità deve essere la flessibilità. Ma non la flessibilità sul posto di lavoro. Una flessibilità affatto diversa, squisitamente culturale. Di rispondere a domande in apparenza contraddittorie: quale quella di corrispondere sempre più alla cultura scientifica, che ha carattere universalistico, ma declinandola nel rispetto delle diversità locali. E, ancora, flessibilità quale sinonimo di capacità di modificare in tempi rapidi processi, prodotti e paradigmi economici. Ovvero, autentica capacità di innovare. Capacità di sorprendere e di non lasciarsi mai sorprendere. La seconda qualità che verrà richiesta ai manager è perseguire una competitività solidale e un’etica della responsabilità. La crescita della disuguaglianza nel mondo e l’aggressione dissennata all’ambiente non sono solo ingiuste in sé. Sono anche un freno allo sviluppo della società e persino dell’aumento della ricchezza. Avremo sempre più bisogno di manager che perseguano uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile. L’università, in tutto il mondo, sta facendo tutto ciò? Sta formando manager per la competizione solidale? Sinceramente mi pare di no. Cosicché è questa la sfida che dovremo cogliere. Nel mondo, come in Italia.