Anche quello dell’educazione è diventato un mercato globale e competitivo in cui l’America mantiene grandi vantaggi
di Andrea Sironi, prorettore all’internazionalizzazione della Bocconi
Il sistema universitario assume una rilevanza crescente nell’ambito dei sistemi economici grazie alla crescente importanza della knowledge economy e, al contempo, tende a divenire un settore globale, caratterizzato da processi concorrenziali simili a quelli che governano altri settori produttivi. In questo contesto, la capacità di un paese di favorire la competitività delle proprie università rappresenta un fattore cruciale non solo per garantire un’adeguata formazione superiore ai propri giovani, ma anche per favorire lo sviluppo dei settori produttivi caratterizzati da un’intensa attività di ricerca e dunque da maggiore potenziale di crescita futura, e in ultima analisi per promuovere lo sviluppo economico e la competitività del sistema economico nel suo complesso.
Nel corso degli ultimi decenni i sistemi universitari dei paesi sviluppati sono stati, infatti, oggetto di quattro tendenze evolutive. Anzitutto, la democratizzazione o massificazione dell’istruzione universitaria, che ha visto crescere nei paesi Ocse la percentuale di adulti con un’educazione superiore dal 22% al 41% nel periodo che va dal 1975 al 2000. Lo stesso fenomeno sta peraltro verificandosi in questi anni in paesi come Cina e India.
La seconda tendenza, che rende più importante il ruolo delle università nei moderni sistemi economici, è rappresentata dalla progressiva crescita della knowledge economy. Il peso dei settori economici fondati sulla conoscenza è infatti cresciuto sensibilmente nel corso degli ultimi vent’anni.
La terza tendenza, comune agli altri settori, è quella della globalizzazione. La mobilità internazionale degli studenti è infatti cresciuta in misura significativa: secondo una recente survey dell’Economist, il numero di studenti dei paesi Ocse che hanno studiato all’estero è raddoppiato nel corso degli ultimi anni, giungendo a circa 2 milioni.
Infine, le università dei principali paesi del mondo sono sempre più operanti in un mercato competitivo, e dunque soggette a una crescente concorrenza: per gli studenti più brillanti, per i docenti e i ricercatori più capaci, per i fondi (fundraising).
Non vi è dubbio che alcuni sistemi universitari si presentano oggi come maggiormente aperti, efficaci e di successo, almeno secondo i criteri comunemente utilizzati per valutare la qualità delle relative attività didattiche e di ricerca (numero di pubblicazioni scientifiche, numero di premi Nobel ecc.). Così, ad esempio, il sistema statunitense, fondato su una maggiore varietà di modelli dal punto di vista del funding delle università, e dalla relativa assenza di rigide regole governative per quanto concerne i percorsi formativi e l’accesso alla carriera universitaria, risulta dominare le classifiche internazionali delle università del mondo e da tempo rappresenta un potente magnete nei confronti dei migliori talenti del mondo. Analogamente, i principali paesi asiatici hanno compreso l’importanza della sfida e stanno investendo risorse particolarmente ingenti in uno sforzo di espansione e miglioramento della qualità delle proprie istituzioni universitarie.
Le università europee, complessivamente considerate, appaiono invece ancora relativamente incapaci di competere a livelli di eccellenza. Come recentemente evidenziato da un rapporto predisposto dal Centre for European Economic Reform, poche fra esse emergono come centri di ricerca internazionali di eccellenza, capaci di aprirsi attraendo i migliori talenti del mondo.
Due problemi appaiono di particolare rilievo. Il primo riguarda la scarsità di risorse finanziarie, la quale fa sì che le risorse umane più brillanti tendano a migrare verso altri contesti, in particolare negli Usa. Il problema principale sul fronte del funding non è peraltro rappresentato dalla quantità complessiva di risorse destinate all’università e all’attività di ricerca, quanto piuttosto dal fatto che tali risorse non sono concentrate in un numero limitato di istituzioni capaci di ambire all’eccellenza, ma sono distribuite a un numero particolarmente elevato di università, tutte apparentemente rivolte a conseguire gli stessi obiettivi. A titolo esemplificativo, vi sono circa 2.000 università in Europa, quasi tutte impegnate, almeno in teoria, in attività di ricerca e dunque tutte in competizione fra loro per attirare risorse. A titolo di confronto, negli Usa vi sono solo 215 università che offrono programmi formativi postgraduate, e meno di cento sono riconosciute come “research intensive universities”.
Il secondo problema riguarda il sistema di governance e in particolare il grado di autonomia. In numerosi paesi europei i meccanismi che regolano i percorsi formativi e le carriere dei docenti sono definiti e regolati centralmente e conducono a un basso grado di autonomia e di differenziazione delle università. Da questo punto di vista, il sistema universitario europeo necessita di maggiore flessibilità che consenta a istituzioni diverse di adottare modelli differenti.
Infine, è importante osservare come lo sviluppo di istituzioni universitarie di eccellenza internazionale richieda lo sviluppo di adeguati meccanismi di sostegno economico interamente fondati sul merito rivolti agli studenti più brillanti indipendentemente dalle relative condizioni economiche. Solo in questo modo, infatti, l’eccellenza può essere veramente tale ed estraniarsi da fattori legati al ceto sociale di provenienza. Solo in questo modo, peraltro, l’eccellenza può accompagnarsi a quelle condizioni di equità che favoriscono la mobilità sociale, ancora limitata in molti paesi europei.