L’università è ancora un fattore di mobilità sociale?

Il sistema di formazione universitaria ha assunto caratteristiche sempre più simili a quelle dei sistemi di welfare abdicando però a quelle specifiche dell’alta formazione non riuscendo più ad assolvere al compito di formare le nuove classi dirigenti

L’università ha costituito a lungo una leva importante della mobilità sociale. Già nella seconda metà dell’Ottocento, nel Regno Unito, il mutamento delle regole d’accesso alle università storiche e la creazione di nuovi centri d’insegnamento orientati alle scienze fisiche e sociali doveva incrinare il monopolio tradizionalista dell’establishment. In seguito, il processo di democratizzazione ha assistito a uno sviluppo in parallelo dell’istruzione universitaria, codificando fra l’altro il principio che vede nelle possibilità di ingresso nell’università di ampi strati sociali una garanzia di ascesa nel mondo delle professioni e anche sotto il profilo dello status.

C’è da chiedersi però se l’istituzione universitaria assolva ancora a questa funzione nell’Europa contemporanea o non l’abbia invece progressivamente smarrita negli ultimi decenni.
In Italia il sistema universitario, pur dilatandosi, è venuto a isolarsi sia dalla società sia dall’organizzazione dell’alta istruzione degli altri paesi. Così esso è divenuto più chiuso e ancora più autoreferenziale, con una minore capacità di valorizzare le doti degli studenti migliori, di avviarli alla ricerca e di immetterli in un circuito internazionale.

In un certo senso, dunque, l’università ha finito per assumere caratteristiche analoghe a quelle dei sistemi di welfare, abdicando almeno in parte a quelle specifiche dell’alta formazione. Ma proprio come il welfare non sempre agevola i soggetti che più necessitano di tutela e protezione, accorciando il divario sociale, così anche l’università, nel momento in cui diviene tendenzialmente accessibile a tutti, non si rivela più in grado di far crescere i soggetti più meritevoli indipendentemente dalla loro origine sociale.
Di qui la necessità di ripensare l’istituzione universitaria perché torni a essere vettore effettivo di mobilità sociale e perché torni ad avere un ruolo determinante nella formazione della nuova classe dirigente.

 

Sommario

Un’università migliore? Dipende soprattutto dalle imprese
La mancanza di risorse, di cui soffrono gli atenei italiani rispetto a quelli americani, inglesi e ora anche spagnoli, deriva soprattutto dagli scarsi investimenti del mondo produttivo, secondo il ministro Fabio Mussi. “Le nostre imprese hanno scelto un modello di sviluppo senza ricerca”
di Irene Consigliere

Le università europee alla conquista del mondo
Anche quello dell’educazione è diventato un mercato globale e competitivo in cui l’America mantiene grandi vantaggi
di Andrea Sironi, prorettore all’internazionalizzazione della Bocconi

Internazionalizzare l’università si può
Ritardi e disorganicità d’azione penalizzano il sistema italiano rispetto a quello francese e tedesco. Tre i livelli d’azione: normativo, linguistico, di accoglienza
di Stefania Giannini, rettore dell’Università per Stranieri di Perugia

Le business school che fanno bene all’economia
I vantaggi della collaborazione tra accademia e mondo produttivo nel Nord America
di Daniel F. Muzyka, dean della Sauder School of Business, University of British Columbia, Vancouver, Canada

Missione leader
Non solo buoni manager. Le business school devono plasmare i leader di domani. Puntando sui valori etici e la capacità di assumere rischi
di Steve Jones, dean della Kenan-Flagler Business School, The University of North Carolina at Chapel Hill, Usa
 

Studenti come clienti: No!
Abbandonare il modello dello studente-cliente non limita la spinta a innovarsi né impedisce di investire in un supporto professionale globale
di Edward A. Synder, dean della University of Chicago Graduate School of Business

Mba: cinque critiche su cui riflettere
La formazione economico-aziendale viene valutata in base all’andamento delle iscrizioni alle business school e agli andamenti degli stipendi. Altri però sono i fattori da considerare
di Paul Danos, dean della Tuck School of Business, Dartmouth

 
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