Internazionalizzare l’università si può
Ritardi e disorganicità d’azione penalizzano il sistema italiano rispetto a quello francese e tedesco. Tre i livelli d’azione: normativo, linguistico, di accoglienza
di Stefania Giannini, rettore dell’Università per Stranieri di Perugia
Nel campo dell’istruzione superiore, l’internazionalizzazione è uno degli obiettivi prioritari nell’agenda del governo italiano. Internazionalizzare, inteso come progettare e migliorare le condizioni di accoglienza degli studenti e dei ricercatori stranieri ed esportare il patrimonio scientifico e didattico delle università italiane all’estero. Nell’esito di questo processo risiede una parte significativa del futuro del sistema universitario italiano, a servizio del futuro del Paese.
Qui, come altrove, scontiamo ritardi e disorganicità di intervento rispetto ad altri stati europei (Francia e Germania, per esempio). Qui, come altrove, i risultati attesi sono semplici da identificare, ma molto più complessi da raggiungere. Ne indico due, prioritari in una visione strategica e di sistema:
- incrementare la mobilità di studenti, ricercatori e docenti in ingresso e in uscita, in adempimento al Processo di Bologna e alla costituzione dell’area europea dell’Istruzione superiore e della ricerca. L’Italia (dati OCSE dal rapporto Education at a glance 2006) risulta tra i Paesi meno attrattivi nei confronti degli studenti stranieri, collocandosi al 23° posto sui 27 Paesi OCSE, con un 2% di iscritti nelle proprie università e contro un valore medio del 7,3%;
- realizzare una politica di fidelizzazione con i paesi in via di sviluppo e con i paesi emergenti per i quali l’Europa, e l’Italia in essa, sempre più saranno punto di riferimento baricentrico nel campo dell’istruzione superiore. Attraverso una specifica politica di assegnazione delle borse di studio sorretta da imponenti investimenti, gli Stati Uniti sono diventati nel corso del novecento il più importante centro di importazione e formazione di ‘cervelli’ provenienti dal mondo in via di sviluppo. L’Italia deve ancora crescere in questo senso; la tassazione delle borse di studio prevista in Finanziaria 2007 ci ha colto di sorpresa e rischia di chiudere la porta principale d’accesso.
Gli ostacoli al raggiungimento degli obiettivi indicati non mancano. Vanno rimossi in un quadro strategico nazionale che combatta apertamente e con coraggio le sacche residue di provincialismo e i particolarismi esasperati ancora esistenti, con riferimento a tre precisi livelli di azione.
1. Il primo è il livello NORMATIVO. Il tema delle migrazioni sin qui affrontato con politiche nazionali, o tutt’al più con singole azioni intergovernative, deve essere ripensato in una prospettiva comunitaria.
2. Il secondo livello di azione è quello LINGUISTICO. L’italiano (diciannovesima lingua per numero di parlanti e terza lingua studiata come lingua straniera in vaste aree) è lingua amata nel mondo. Tuttavia, studiare in italiano per molti ragazzi stranieri rappresenta inizialmente una barriera, superabile solo a costo di un preciso investimento di tempo e di risorse da parte delle famiglie. Ci sono due strade percorribili: aumentare il numero dei corsi universitari offerti in lingua inglese, soprattutto nella formazione di secondo livello e nei dottorati, ma potenziare al tempo stesso le risorse e gli strumenti di sostegno alla diffusione dell’italiano nel mondo.
3. Il terzo livello riguarda L’ACCOGLIENZA. Se vogliamo un aumento sensibile e qualificato di presenze straniere nelle nostre università dobbiamo progettare e costruire, in tempi brevi, residenze e strutture di accoglienza adeguate alle legittime aspettative di giovani che ormai frequentano i campus dei principali paesi occidentali e che sono in grado di comparare e valutare.
Si va aggiungendo, da ultimo, il tema scottante della formazione linguistica degli immigrati, che aspirano alla cittadinanza italiana e della successiva certificazione delle competenze acquisite per il suo ottenimento. Il disegno di legge Amato sull’immigrazione inserisce per la prima volta la conoscenza della lingua come requisito essenziale.
Vogliamo sperare che questo modello di cooperazione interuniversitaria, in cui la lingua e l’identità italiana sono anche veicolo di trasmissione dei valori alti della democrazia e della cultura del dialogo e della tolleranza, possa diffondersi col più ampio sostegno e coinvolgimento delle forze politiche e istituzionali. Vogliamo sperare che l’impegno delle università nel campo della cooperazione internazionale possa fornire un contributo decisivo all’affermazione del modello europeo e italiano di istruzione superiore. Siamo convinti che ciò possa valere anche per la diffusione di atteggiamenti e modelli sociali e politici in zone del mondo con condizioni di pace e democrazia ancora troppo fragili, se non del tutto inesistenti.