La salute delle donne, pur essendo “delicata” non è studiata con adeguata attenzione. E ad influire in modo negativo sono diversi fattori tra cui il doppio lavoro, un interesse prevalentemente circoscritto agli aspetti riproduttivi, la limitata partecipazione del sesso femminile agli studi clinici. Tutti elementi che dimostrano inoltre quanto le donne siano ancora più svantaggiate rispetto agli uomini nella tutela della loro salute. Questa la riflessione di Francesca Merzagora, presidente dell’Osservatorio nazionale sulla salute femminile, che ritiene inoltre possibile prevedere la domanda di salute femminile e maschile con un approccio utilizzato negli Usa legato al genere che permette di ridurre la mortalità e l’incidenza delle patologie femminili.
Perché dunque la salute femminile deve essere oggetto di sempre maggiore attenzione?
Le donne vivono più a lungo degli uomini, ma vivono peggio: una serie di patologie sono infatti legate all’invecchiamento (malattie cardiovascolari, tumori, alzheimer,ecc). In particolare pur vivendo di più degli uomini (83.7 anni contro 77.7) hanno una speranza di vita libera da disabilità minore rispetto agli uomini. Infatti la speranza di vita degli uomini a 65 anni è pari a 17 anni mentre quella delle donne a 21 anni, ma negli uomini 13 dei 17 anni sono vissuti in buone condizioni di salute (e 4 in condizioni di disabilità), nelle donne invece i 23 anni di speranza di vita sono vissuti per ben la metà in condizioni di disabilità fisica e psicologica. Quindi le donne vivono di più, ma con un carico di morbosità maggiore.
Quali i problemi principali da affrontare per rendere più efficiente l’assistenza e la cura della salute femminile?
Pur essendo la salute femminile migliorata negli ultimi anni tanto da porre il nostro Paese al 4° posto come aspettativa di vita dopo la Svizzera, S. Marino e la Svezia, le diverse condizioni socio economiche e gli stili di vita contribuiscono ancora ad evidenziare forti disparità regionali anche in termini di offerta di servizi sanitari. Disparità che si riscontrano sia relativamente ai programmi di screening per alcuni tumori (in alcune regioni quali ad esempio la Toscana e l’Emilia Romagna la copertura è buona sia per il tumore al seno che per quello al collo dell’utero, altre regioni al contrario sono invece decisamente meno virtuose) sia per esempio nei confronti dei parti cesarei: di fronte al suggerimento dell’OMS di contenere la % dei cesarei intorno al 25%, in Campania tale % è pari addirittura al 60% con inevitabili riflessi negativi.
Le disuguaglianze in termini di diagnosi e assistenza che si riscontrano nelle regioni italiane andrebbero sanate.
Qual è invece l’impatto economico dell’invecchiamento della popolazione femminile?
L’invecchiamento della popolazione femminile (in Liguria vivono le donne più longeve, in Campania quelle meno) ha notevoli riflessi di tipo economico. E’ quindi bene che si arrivi alla soglia della vecchiaia in buona salute, con minori disabilità e patologie possibili in quanto la cura di queste ricade in larga misura sul SSN. La popolazione femminile può così non solo essere considerata un costo, ma anche un’importante risorsa. Le trasformazioni in atto nella Comunità europea, quindi anche in Italia, impattano ampiamente sull’assistenza sanitaria offerta sia a breve che a lungo termine. Il cambiamento della piramide demografica (con un rapporto più sfavorevole tra contributori e utilizzatori di servizi) porrà in modo sempre più urgente il problema di trovare risorse per garantire servizi sanitari. Inoltre le esigenze in ambito sanitario competono con altre esigenze di altri settori di protezione sociale: è quindi importante avere una visione d’insieme e coordinare gli interventi.
Ritiene poi che la scarsità dei fondi devoluti alla ricerca nel nostro Paese possa condizionare in qualche modo anche il sistema sanitario?
Penso di sì e trovo che la presenza di istituzioni private che finanziano la ricerca siano da valorizzare. In campo oncologico l’encomiabile lavoro svolto dall’AIRC consente di finanziare ogni anno importanti progetti di ricerca sul cancro, ma analoghi esempi si ritrovano con Telethon (malattie neuro degenerative, malattie genetiche, ecc) e altre importanti associazioni
Come è possibile prevedere e controllare la domanda di salute?
Uno dei problemi oggetto di studio da parte degli economisti della salute è tentare di stabilire come i determinanti biologici e sociali della salute si trasformino in spesa sanitaria, ovvero come sia possibile prevedere e controllare la domanda di salute. La domanda è in tutte le culture tipicamente femminile (le donne chiedono cure e trattamenti per sè e per i propri cari), mentre l’offerta è tipicamente maschile (medici, aziende che producono farmaci e assicurazioni sanitarie sono gestite prevalentemente da uomini). Un approccio interessante utilizzato negli USA è quello legato al genere. Perché genere e salute della donna? Perché in tutte le culture e in tutti i continenti gli uomini controllano più potere e risorse economiche delle donne. Questo dà loro un vantaggio sociale, politico, educativo e un vantaggio anche per quanto riguarda l’utilizzazione dei servizi sanitari. Le disparità dovute a fattori socio-economici nonché culturali legate al sesso hanno portato a una valutazione non adeguata della salute femminile. Gli approcci legati al genere possono non solo ridurre la mortalità e l’incidenza di patologie al femminile, ma consentire di trovare degli indicatori in grado di contenere la spesa sanitaria e eliminare le disparità nelle cure. Uomini e donne vanno trattati in maniera differente: molti effetti secondari che si riscontrano nelle donne trattate con farmaci non testati specificatamente su di loro sarebbero evitabili se ci fosse più attenzione alle differenze di genere.
Secondo lei quali sono le opportunità per il sistema della tutela della salute italiana nella prospettiva di un futuro sistema sanitario integrato a livello europeo?
La regionalizzazione della sanità ha portato anche delle problematiche gravi: ci sono regioni in forte debito come la Sicilia, le Marche o il Lazio che devono rapidamente rientrare e divenire più virtuose. Un’integrazione della sanità a livello europeo, che vedo peraltro complessa, dovrà confrontarsi con problematiche che esistono in Italia (penisola che si sviluppa longitudinalmente) e che non si riscontrano invece in altri paesi più avanzati.
In che modo sarà possibile un benessere che diventi sempre più sostenibile?
La tutela della salute e del benessere collettivo é un obbiettivo di primaria importanza proprio alla luce di come l’OMS definisce la salute ovvero non solo assenza di malattia, ma benessere psico-fisico.
Per raggiungere questo obbiettivo occorre investire molto nella prevenzione e nella sensibilizzazione sull’importanza di condurre adeguati stili di vita: ci sono patologie che grazie ad accurate diagnosi precoci sono diventate curabili e che consentono al malato una qualità di vita soddisfacente. Un’alimentazione sana, l’assenza di fumo di sigarette e un’adeguata attività motoria consentono di prevenire parecchie malattie.
L’invecchiamento della popolazione italiana, unitamente ad un basso tasso di fecondità, comporta l’investimento di risorse crescenti nei settori sanitari e sociali per mantenere un livello di benessere adeguato.