L’odissea delle liste d’attesa

L’ultimo rapporto curato da Cittadinanzattiva e Tribunale della Salute è chiaro: stando alle segnalazioni dei cittadini, i tempi di attesa per interventi ed esami sono in aumento, così come è cresciuta la mobilità tra le regioni. Ma la tutela dei cittadini potrebbe avere un’arma: la carta europea dei diritti del malato

di Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato

La sanità italiana è una sorta di giano bifronte: da una parte è un sistema che tiene, che garantisce l’accesso alle cure alla maggioranza dei cittadini, che, nonostante i debiti delle regioni, è in linea con i parametri europei di spesa; dall’altra parte, si tratta di un servizio che fa soffrire molto i cittadini perché non riesce quasi mai a “mettersi dalla loro parte”: liste di attesa interminabili, ostacoli all’accesso per i più deboli, intoppi burocratici infiniti, protezionismo regionale mascherato con il federalismo, contratti di lavoro antiquati, poco premianti per i migliori e garantisti per i peggiori.

Nei giorni scorsi è stato presentato l’ultimo Rapporto del Pit salute, curato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. Per il decimo anno consecutivo, i dati che emergono da questo servizio di ascolto e di aiuto per la tutela del cittadino ci aiutano a capire le cose partendo da un punto di vista meno strutturale e più – potremmo dire – esperienziale, ma non per questo meno vero. I circa 20.000 cittadini che si sono rivolti al Pit salute hanno avuto bisogno di aiuto per far valere i loro diritti nei confronti del servizio sanitario nazionale: i tempi, gli errori dei medici, i cattivi comportamenti degli operatori, gli intoppi per ottenere l’invalidità civile, ecc…

Tra le questioni maggiormente segnalate, le liste d’attesa per interventi ed esami diagnostici. Non stupisce leggere del quasi 22% di spesa privata per avere prestazioni sanitarie. Il fenomeno potrebbe essere perfettamente compatibile con un paese normale, se non ci fossero liste di attesa così lunghe per tutti.
I tempi di attesa sono in costante aumento da 10 anni a questa parte; le segnalazioni in tema di liste di attesa registrano un incremento nel 2006 rispetto al 2005 del 2,4%. Poco meno del 70% dei contatti ha ad oggetto le prestazioni diagnostico/specialistiche, per le quali, nel 13,7% dei casi, le attese risultano incompatibili con le necessità di cura (si pensi all’oncologia!). Per una mammografia si può aspettare fino a 400 giorni, 300 giorni per un ecocolordoppler e, paradossalmente, fino a 120 giorni per una ecografia nel primo trimestre di gravidanza!
Il problema delle liste d’attesa per gli interventi chirurgici interessa il 13,4% delle segnalazioni ed il dato che emerge più chiaramente è la mancanza di trasparenza delle liste, che interessa poco meno di un cittadino su due. Non va certo meglio a chi deve sottoporsi ad un trattamento riabilitativo. Attese non inferiori ai 365 giorni, che possono arrivare sino a 1500 per riabilitazioni più particolari, come, per esempio, per la logopedia.
Lo Stato e le Regioni hanno promosso in questi anni vari provvedimenti, soprattutto sulla spinta delle proteste dei cittadini. Il problema è che in molti casi le decisioni assunte restano lettera morta. Una per tutte, il divieto di bloccare le liste d’attesa, con la minaccia di una multa da 1000 a 6000 euro per le Asl inadempienti (Legge Finanziaria 2006). Il Rapporto Pit parla ancora del 13% di segnalazioni su questo problema e di nessuna multa pagata.
Se le cose stanno così, la spesa privata tenderà sempre ad orientarsi verso prestazioni che non si riescono a ricevere per inaccessibilità del servizio. Ma non seguendo criteri di equità, bensì obbligando chi non può aspettare a pagare.
Significativo il caso degli esami di gravidanza: l’ecografia nei primi tre mesi sarebbe gratuita, ma di fatto per i tempi citati molte donne devono pagarla, così come avviene per l’amniocentesi per i soggetti a rischio, che arriva a costare anche 1000 euro.

Un secondo fenomeno in costante crescita, almeno leggendo le segnalazioni dei cittadini, è la mobilità sanitaria. Particolarmente significativo il dato relativo agli spostamenti da una regione ad un’altra (la mobilità interregionale costituisce il 44% del totale delle segnalazioni sul tema), seguiti dagli spostamenti intraregionali (36%) e dalla mobilità internazionale (20%).
In generale, la volontà di sottoporsi ad intervento chirurgico è la principale motivazione dei cittadini che si spostano. Tra tutte le segnalazioni che rientrano nella casistica della mobilità interregionale, il 56,8% riguarda coloro che si sono diretti al Nord per motivi di cura; il 27% riguarda coloro che si sono diretti al Centro; e solo il 3,6% riguarda coloro che si sono diretti al Sud. Il problema non è solo quello relativo al disagio a spostarsi per non si può o non ci si vuole curare in loco, ma soprattutto alle difficoltà frapposte dalle regioni a sostenere questi spostamenti. Si sta sviluppando una sorta di protezionismo regionale, che rende difficile la vita ai cittadini, in barba al diritto alla libera circolazione degli individui e delle merci in ambito comunitario. Non sarebbe una cattiva idea quella di cambiare i criteri di rimborsabilità tra le regioni, in modo tale da non dover assistere a fenomeni inquietanti. Tra questi, le difficoltà incontrate anche da chi si sposta per periodi limitati da una regione all’altra: la mancata assegnazione temporanea del medico di famiglia (32% delle segnalazioni sul tema); del pediatra di libera scelta (7%); rifiuto delle prescrizioni diagnostico-specialistiche (10%); rifiuto prescrizione di farmaci (9%); impossibilità di ottenere prestazioni di assistenza domiciliare (6%).

Per invertire la tendenza e ristabilire una centralità al cittadino e ai suoi diritti, servono misure forti che riequilibrino poteri e responsabilità.

La prima di queste potrebbe essere quella di fare propria la Carta Europea dei diritti del malato, lanciata nel 2002 da un network di organizzazioni civiche europee (Active citizenship network-Cittadinanzattiva) e sulla quale sta lavorando lo stesso Parlamento di Strasburgo. 14 diritti che servono ad individuare una serie di parametri e standard ai quali uniformare i 28 sistemi sanitari degli Stati Membri, senza pretendere di cambiarne la natura e la strutturazione. Dato che ormai anche noi abbiamo una situazione fortemente differenziata, sarebbe quantomai urgente garantire ai cittadini una Carta con cui difendersi. Ripartire dai diritti sarebbe riportare il servizio sanitario alla sua missione originaria: tutelare il diritto alla salute.
 
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