Il sistema sanitario è spesso vissuto come fonte di spesa e non come fonte di investimento per il nostro paese. Il dibattito, infatti, verte su domande come: quali sono le risorse per il sistema sanitario pubblico quest’anno e quanto spendiamo? Chi copre gli eventuali disavanzi sanitari e in che modo?
Certamente avere un controllo della spesa è importante. Così come è importante fare in modo che le risorse siano gestite in modo da produrre la massima efficienza ed efficacia. Ma bisogna anche pensare alla salute come investimento per il paese: la salute genera reddito; i settori collegati alla salute sono molteplici; la salute ha quindi un importante impatto sull’economia.
Ma quel che è più importante è che la risposta al bisogno di salute è l’innovazione e l’innovazione in campo sanitario (dai farmaci tradizionali, ai farmaci biologici, dai dispositivi medici alle altre tecnologie per la sanità), oltre a essere estremamente rilevante per l’obiettivo cui tende, è strategica per la competitività del nostro paese.
Una delle principali lamentele è che in Italia non si fa più ricerca. Tale affermazione vale in generale, ma spesso è riferita al sistema di tutela della salute. Che cosa fare allora e quale ruolo può avere l’amministrazione pubblica? Una prima risposta è stata data dall’Agenzia italiana del farmaco, agenzia creata nel 2004.
L’Italia deve investire di più in ricerca pubblica, soprattutto in quei settori dove l’investimento da parte delle imprese è spesso considerato non sufficiente, vuoi per la dimensione non rilevante del mercato (si pensi alle cosiddette patologie orfane, ovvero con pochi pazienti), vuoi per la criticità dei possibili risultati (si pensi ai cosiddetti studi comparativi, ovvero a quegli studi che verificano quanto un nuovo farmaco è più efficace rispetto ad altri).
Ma questo non basta. È, infatti, importante creare un contesto che favorisca l’investimento in Italia in innovazione da parte delle imprese collegate al sistema di tutela della salute ed evitare quindi che l’Italia sia percepita solo come un mercato di sbocco dei prodotti. Per fare questo si dovrebbe agire su vari fronti. Sulla regolazione, promuovendo, per esempio, un’efficace protezione brevettuale, ma anche un mercato competitivo quando una nuova tecnologia non è più brevettata. Sul sistema della ricerca, promuovendo la specializzazione delle fonti di conoscenza esterne alle imprese (università e centri di ricerca), un collegamento continuo e sistematico tra imprese e ricerca, un sistema universitario che valorizzi la conoscenza scientifica e, infine, azioni a supporto di processi di trasferimento tecnologico finalizzati a trasformare la conoscenza tecnologica in un prodotto o servizio commercializzabile.
Si dovrebbe agire, infine, sul fronte degli incentivi, di natura fiscale e finanziaria, e sul mercato dei capitali, affinché sia più ricettivo rispetto a forme di innovazione ad alto rischio di insuccesso (come gli investimenti d’impresa per tecnologie innovative). Tutti aspetti e ambiti sui quali la pubblica amministrazione può fare davvero molto.