Eliminare gli sprechi e mettere il paziente al centro del sistema sono due punti sui quali non si può prescindere per rendere sostenibile la sanità nazionale. Ce n’è però un terzo: l’investimento nella medicina preventiva
di Silvio Garattini, direttore dell’Istituto ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) con le sue caratteristiche di universalità, equità e solidarietà, rappresenta pur con le sue potenzialità di miglioramento un bene da tutelare. Le risorse necessarie, dell’ordine di 100 miliardi di euro, sono in continuo aumento ad un tasso che supera l’incremento della ricchezza del Paese. L’incremento tuttavia non è omogeneo a livello regionale variando nell’ultimo quinquennio da tassi relativamente modesti (ad es. Calabria 2.5%, Piemonte, Toscana 3.3%) a relativamente alti (ad es. Liguria 4.6%, Lazio 5.10%, Molise 6.3%). Ci si domanda perciò da molte parti fino a quando il SSN possa essere sostenibile se continuerà il trend in crescita. In realtà il nostro SSN può essere sostenibile ancora per molto tempo purché si eliminino le molte sacche di spreco e si mettano in atto politiche atte a diminuire le necessità di erogazioni di servizio.
Per quanto riguarda gli sprechi occorre rilevare che in Italia il SSN è molto più orientato a rappresentare un forte bacino di posti di lavoro piuttosto che una organizzazione al servizio dei pazienti. In altre parole predominano i diritti delle corporazioni – medici, infermieri, farmacisti, amministratori – che ruotano intorno al SSN perché non è stata effettuata la scelta di mettere l’ammalato al centro del sistema. In questa logica ha vinto la collocazione territoriale delle strutture ospedaliere secondo principi clientelari anziché una pianificazione razionale in rapporto con le reali necessità. La presenza di troppi ospedali di piccole dimensioni, la duplicazione delle specializzazioni, la cattiva distribuzione di apparecchiature altamente sofisticate, l’eccessivo accreditamento di strutture private, sono solo alcuni aspetti che richiedono una più attenta programmazione. La gestione regionale può rappresentare un progresso solo se si terrà conto dell’interazione con le regioni limitrofe e più in generale di un raccordo a livello nazionale per evitare che il SSN si trasformi in Servizio Sanitario Regionale. Un elemento di spreco molto importante riguarda i servizi ed in particolare i livelli essenziali di assistenza (LEA). Ciò richiede che si definisca cosa debba essere erogato da parte del SSN. Sembra logico che si debbano erogare solo prestazioni che garantiscono un beneficio – o meglio un favorevole rapporto beneficio/rischio – per il paziente, documentato da metodologie con solida base scientifica. Questa impostazione richiede che si realizzi una valutazione (technological assessment) che stabilisca che cosa rappresenta un beneficio e scelga gli interventi che a parità di benefici abbiano un costo minore. Mentre questa impostazione è realizzata – con grandi margini di miglioramento – per il farmaco non lo è affatto per quanto riguarda la diagnostica, i dispositivi medici, le grandi apparecchiature e ancor più a proposito di servizi amministrativi ed organizzativi.
Accanto alla valutazione degli interventi sanitari si deve diminuire la richiesta di tali interventi attraverso un forte impegno nell’ambito della medicina preventiva. E’ necessario infatti sottolineare che la maggior parte delle malattie non piovono dal cielo, ma sono la conseguenza di anomale abitudini di vita. Il SSN dedica solo piccolissime frazioni del suo bilancio per la prevenzione e ciò non permette di diminuire i fattori di rischio per le malattie. Tabacco, alcool, alimentazione incongrua, soprappeso, sedentarietà sono solo alcuni fra i più frequenti fattori di rischio che determinano la frequenza di tumori, malattie cardiovascolari, diabete e malattie scheletriche. Si tratta di malattie croniche largamente evitabili, che una volta instaurate graveranno per molti anni, spesso per tutta la vita con conseguente aggravio di spesa per il SSN. La promozione di “buone” abitudini di vita non può essere solo una missione del SSN, deve divenire un compito di tutta la società che ha interesse a far sì che il SSN continui ad essere universale anziché divenire il privilegio di una minoranza.
La lotta agli sprechi e la priorità per la prevenzione devono diventare due direttive fondamentali di politica sanitaria: ciò vuol dire scegliere una direzione che valorizzi la ricerca scientifica nelle sue componenti di valutazione e di proposta.