Medici, più formazione per stare al passo con la ricerca scientifica

Insieme alla riorganizzazione delle strutture, l’aggiornamento continuo delle competenze è una delle urgenze della nostra sanità, come spiega Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia

di Irene Consigliere

Per rendere più efficiente l’assistenza e la cura della salute del cittadino bisogna partire dalla riorganizzazione del sistema ospedaliero italiano costituito da strutture mastodontiche, obsolete e spesso gravate da una gestione onerosa, perché costruite con sistemi antiquati e dall’aggiornamento del personale ospedaliero. A sostenerlo è Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia.

Quali sono i problemi principali da affrontare?
È tempo che l’ospedale italiano si trasformi radicalmente, in senso culturale e strutturale. Come punto di partenza occorre abbandonare la logica dei posti letto come indice di qualità: un ospedale efficiente deve avere un numero di posti letto non superiore a 400 e deve essere gestito coerentemente con l’evoluzione della chirurgia e della medicina. Inoltre, spesso nei nostri ospedali sono privilegiate per lo più le esigenze del personale medico a scapito di quelle dei malati; invece il principio guida dell’ospedale ideale deve essere quello dell’umanizzazione della cura. Anche il numero degli ospedali va drasticamente ridotto, a favore della nascita di centri diagnostici. Oggi la vera necessità non è «l’ospedale dietro casa», ma un’organizzazione diagnostica adeguata, che sappia identificare rapidamente ed accuratamente le patologie importanti, da indirizzare per la terapia ai centri ospedalieri specializzati. I piccoli ospedali in località lontane dai grandi centri dovrebbero quindi diventare importanti centri diagnostici avanzati per la popolazione che vi gravita. Il modello da raggiungere in Italia e in tutto il mondo è una rete limitata di ospedali, ad altissima tecnologia, altissima specializzazione e rapidissimo ricambio, ed una estesa rete diagnostica il più possibile capillare sul territorio.
Un’altra urgente necessità è l’incremento della formazione e dell’aggiornamento dei medici: nel nostro paese l’organizzazione del lavoro del medico non ha ancora adottato misure adeguate per stare al passo con l’incredibile rapidità del progresso scientifico e tecnologico e con il conseguente aumento delle conoscenze necessarie. L’unico provvedimento concreto è stata la legge, introdotta qualche anno fa, che stabilisce l’obbligo dell’aggiornamento continuo per tutti i medici. È stato un grande passo avanti. Tuttavia molto è ancora lasciato al senso di responsabilità individuale e non sempre il medico, nell’insieme di impegni connessi con la sua professione, riesce a inserire momenti di aggiornamento e formazione adeguati. A questo si aggiunge il fatto che non tutti i medici sono bravi comunicatori, pur essendo competenti e aggiornati. Ogni medico invece, oltre ad essere costantemente informato dei progressi della ricerca molecolare, dovrebbe ricevere un’adeguata formazione, oggi quasi del tutto assente, sulla comunicazione con il malato: un buon medico deve essere anche un buon comunicatore, è dunque fondamentale recuperare la dimensione comunicativa e psicologica della professione.
Altra necessità fondamentale è il potenziamento della ricerca traslazionale, per accelerare il processo di trasferimento dei risultati della ricerca dal laboratorio al letto del malato.

Ritiene che la scarsità dei fondi devoluti alla ricerca nel nostro Paese possa condizionare in qualche modo anche il sistema sanitario?
Certamente sì. Sono convinto che la sanità può essere risanata con i progressi delle innovazioni che la ricerca mette a disposizione della medicina e i progressi sono legati anche alle risorse disponibili. Per esempio, la chirurgia d’avanguardia è “semplice”, perché tende a interventi conservativi e molto mirati; si può dunque eseguire sempre più frequentemente in regime di day-hospital, riducendo degenze costose sia per il malato, anche in termini personali e psicologici, che per il Sistema Sanitario. Inoltre, come ho accennato, la ricerca biomedica traslazionale, basata sul continuo dialogo fra chi cura il paziente, chi lavora in laboratorio e chi analizza i dati statistici, permette di trasferire più rapidamente i risultati della ricerca di laboratorio al letto del malato. Lo schema tradizionale prevede un’organizzazione separata fra sistemi di ricerca di base e clinici, ma nell’era della genomica non possiamo più aspettare i tempi necessari per far diventare una scoperta (sia essa una terapia, una tecnologia o un farmaco) parte del Sistema Sanitario Nazionale: i malati hanno bisogno di poter usufruire di un’applicazione immediata dei risultati della ricerca, che oggi avanza sempre più rapidamente. Il fattore tempo, quello che sempre intercorre in scienza fra una scoperta e la sua applicazione, è un parametro fondamentale per la cura di molte patologie gravi. Il tempo guadagnato nel passaggio dalla ricerca alla cura aumenta da subito le prospettive di guarigione per milioni di malati. Al contrario, se la ricerca langue o avanza lentamente, è il malato a farne direttamente le spese.

In che modo sarà possibile un benessere che diventi sempre più sostenibile?
Negli anni del garantismo, nessun governo in nessun Paese del mondo ha saputo trovare una formula in grado di rispettare il bisogno di risorse della nuova sanità e le esigenze della giustizia sociale. Se da un lato non è accettabile che la sanità sia un servizio solo privato, e quindi accessibile in proporzione alle risorse economiche dei singoli, dall’altro non si può pensare che il Sistema Sanitario Nazionale possa garantire un servizio adeguato a tutta la popolazione. Occorre trovare una forma di partecipazione dei cittadini alla gestione della loro salute. Stiamo attraversando un momento storico di passaggio dall’idea di Welfare State a quella di Welfare Community. Uno Stato garante, che si prende cura del benessere dei suoi cittadini e dà assistenza, lascia il posto a una comunità intera che vi concorre e ne assume la responsabilità. Non è più concepibile che la conquista e la salvaguardia della salute siano compito solo dello Stato. Vi devono concorrere le istituzioni, la scuola, la famiglia, il mondo della ricerca scientifica e anche il cittadino. Non si tratta solo di una partecipazione economica, ma anche, appunto, di una condivisione di responsabilità. Il ruolo del cittadino, di fronte alla necessità della tutela della salute propria e altrui, deve essere attivo: se ci ammaliamo diventiamo “partner” della cura, e se siamo sani la nostra azione di prevenzione individuale diventa anche beneficio per la comunità. Un segnale importante in questo senso è il 5 per mille sulla dichiarazione dei redditi. Oltre i due terzi degli Italiani ha utilizzato la possibilità di devolvere il 5 per mille alla ricerca scientifica e sanitaria, dando un chiaro segno di come vorrebbero veder utilizzato il gettito delle loro tasse.

 
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