Il sistema sanitario degli Stati Uniti non è un modello di riferimento per l’Europa perché nel vecchio continente i sistemi sanitari presentano una performance complessiva migliore per equità, efficacia ed efficienza. In media, i paesi dell’Unione Europea (prima dell’allargamento) hanno una vita attesa alla nascita superiore a quella dei cittadini degli Stati Uniti di quasi di 2 anni, hanno una mortalità infantile più bassa e su molte cause di morte presentano tassi più contenuti. In sostanza, gli europei sono più sani degli americani.
I livelli di salute dipendono soprattutto dalle condizioni sociali e dagli stili di vita, non particolarmente favorevoli negli Stati Uniti, e in questo paese le pessime condizioni sanitarie delle minoranze etniche e delle fasce sociali più deboli contribuiscono pesantemente ai non brillanti valori medi della popolazione. La società americana fa fatica a contrastare comportamenti individuali e collettivi dannosi per la salute e i gruppi sociali meno sani hanno seri problemi di accesso ai servizi sanitari, soprattutto di prevenzione. Ma non sono solo i dati di efficacia che sembrano dare ragione all’Europa. Equità ed efficienza vanno ragionevolmente d’accordo nel vecchio continente. Da questa parte dell’Atlantico, i sistemi sanitari sono sostanzialmente universali e, sebbene con importanti differenze da paese a paese, finanziano l’assistenza con contributi sganciati dal rischio sanitario individuale e dipendenti dal reddito del contribuente. Negli Stati Uniti solo per gli anziani esiste un sistema universale, che in ogni modo lascia scoperto circa il 50% della spesa sanitaria costringendo a coperture assicurative integrative. Inoltre, milioni di americani (tra i 30 e i 40 secondo le stime) sono senza assicurazione sanitaria e quindi sono a rischio di disastri finanziari in caso di malattia e persino di mancata o inadeguata assistenza.
I sistemi sanitari europei sono anche “economici”, perché assorbono meno risorse in senso assoluto e relativo rispetto alla ricchezza prodotta: nel 2002, la spesa sanitaria procapite negli Stati Uniti era di 5.287 dollari rispetto a 2.435 in Europa, mentre la percentuale del pil, per la sanità era rispettivamente 14,6% e 9,1%. In sostanza, l’Europa ha un sistema che spende meno, è più equo ed è associato a livelli di salute superiori.
Il sistema degli Stati Uniti non è un modello per l’Europa anche perché sono gli stessi americani ad essere profondamente insoddisfatti del loro sistema sanitario. Vorrebbero cambiamenti rilevanti ed esprimono bassi gradi di soddisfazione per come la sanità è organizzata e finanziata. Ma questo non basta a riformarla. Soltanto durante le amministrazioni Kennedy e Johnson degli anni ’60 si riuscì a superare le resistenze delle potenti lobby di medici e assicurazioni contro ogni qualsivoglia forma di intervento pubblico in campo sanitario. Lo slancio economico e ideale di quegli anni permise di introdurre un’assicurazione pubblica federale per gli anziani e programmi statali per le fasce più povere della popolazione. Non un sistema universale, ma comunque il più importante intervento di sicurezza sociale ma realizzato negli Stati Uniti. Da allora, diversi progetti di riforma complessiva sono stati bloccati o addirittura ritirati dagli stessi proponenti (come nel caso della prima amministrazione Clinton). Il risultato di questo stallo è che la spesa ha continuato a crescere a tassi elevati (spesso superiori a quelli del pil) e la graduale emarginazione di quote crescenti della popolazione dal sistema sanitario (soprattutto da servizi di comunità, prevenzione e farmaci) ha ridotto i già bassi livelli di equità e ha influenzato negativamente lo stato di salute complessivo della popolazione.
Non è sul piano sociale che la sanità americana ha da insegnare a quella europea: è su quello tecnologico ed industriale. Se in Europa prevale una visione “sociale” del sistema sanitario, che in esso vede la promozione della salute e opportunità di affermazione dei principi di solidarietà e uguaglianza, negli Stati Uniti la sanità è al centro di politiche sanitarie ma anche industriali, con un pieno riconoscimento del valore della ricerca, dell’occupazione e persino dell’export.
Nei prossimi anni l’Europa dovrà difendere i propri sistemi sanitari dagli effetti dell’invecchiamento (con pesanti implicazioni sulle entrate e sulle uscite del settore socio-sanitario) e dell’introduzione di nuove tecnologie sempre più costose; dovrà gestire questi effetti, ma in un contesto in cui non ci sono segnali forti di tensione verso riforme radicali dei modelli di finanziamento e organizzazione e, soprattutto, di revisione sostanziale dei principi di solidarietà su cui si fondano. Rimane da vedere se, parallelamente ad una sanità sociale, l’Europa sarà in grado di promuovere anche una sanità industriale, in cui la filiera della salute guadagna in competitività internazionale e contribuisce al rilancio dell’economia continentale.