Più pensionati che lavoratori nelle loro fila. Intanto la storia decreta la fine di un modello di rappresentanza sociale. Eppure l’Europa non può farne a meno
di Sandro Roventi, ricercatore di scienza della politica alla Bocconi
Secondo i dati da loro stessi forniti, nel 2006 i tre grandi sindacati italiani contavano 11.875.000 iscritti: 1.936.000 per la Uil, 4.288.000 per la Cisl e 5.651.000 per la Cgil (i dati sono arrotondati al migliaio). Una forza imponente, in un paese che, compresi i neonati, non raggiunge i 60 milioni di abitanti.
Eppure, a oggi, è difficile dare torto a chi parla di difficoltà del sindacato, di crisi, di perdita di influenza. Né sono poi così lontani i tempi in cui, dal sindacato, potevano venire spinte potenti, capaci di sostenere o abbattere governi, condizionare le grandi scelte di politica economica, redistribuire, tramite i salari e le imposte, la ricchezza nazionale. Che mai accade o è accaduto?
Intanto va segnalato che i pensionati sono ormai diventati parte rilevante della forza sindacale: sempre nel 2006 la Uil ne dichiara 553.000, 2.160.000 la Cisl, 3.000.000 la Cgil. Il che significa che poco meno della metà degli iscritti a queste organizzazioni sindacali (il 47.5%) sono non attivi. Naturalmente, nulla di male, per quel che riguarda i pensionati, che hanno guadagnato lavorando la loro attuale condizione, ma almeno due problemi per il sindacato: le pensioni in corso vengono pagate da coloro che lavorano, mentre le prospezioni demografiche indicano un aumento costante delle aspettative di vita. Un bene per tutti, un problema matematico per la previdenza, da cui i continui tentativi di riassestare il quadro di età di accesso e consistenza delle pensioni; d’altro canto, un problema di contenuti, ovvero evitare che lavoratori e pensionati si trovino in conflitto a causa di interessi contrastanti, vanificandone la possibilità di rappresentanza sindacale unitaria. Per altro, al di là della comprensibile contrarietà sindacale, innalzare l’età pensionabile significa imporre un ulteriore blocco al turnover dei lavoratori, penalizzando ulteriormente i giovani, che già oggi faticano ad accedere al mercato del lavoro con collocazioni stabili.
La rappresentanza sindacale si basa sull’uguaglianza dei lavoratori, ovvero sui grandi contratti nazionali, che stabiliscono trattamenti omogenei per gli appartenenti alle diverse categorie. Quello che sta accadendo è, da un lato un progressivo frammentarsi del lavoro, che tende a divenire sempre più fatto individuale, basato su rapporti diretti, spesso gestito dal singolo di fronte alla controparte o in microimprese. Di qui la necessità di forme di protezione sociale che, però, sono difficili da realizzare se l’economia (come accade, malgrado la situazione stia decisamente migliorando) non è in grado di produrre le risorse per farlo.
D’altro canto, è vero anche che coloro che detengono una posizione lavorativa protetta almeno dal punto di vista della certezza del posto, tenderanno a difenderla a ogni costo, anche dando vita a forme di carattere corporativo, efficaci soprattutto nel settore pubblico e in quelli, come ad es. le ferrovie, che godono ancora di un monopolio assoluto. Per contro, la concorrenza di paesi meno sviluppati, tende a tenere basso il livello dei salari, causando delocalizzazioni o, semplicemente, portando la retribuzione del lavoro salariato a livelli ben più bassi dei precedenti, quindi penalizzando anche la grande fabbrica, ovvero quella famosa ‘classe operaia’ che non è affatto scomparsa ma che ha certo difficoltà a rappresentare ancora, come è stato in passato, la parte più forte e rappresentativa del sindacato.
Poi c’è l’aspetto più strettamente politico: salvo poche eccezioni, i sindacati hanno trovato nei vari governi succedutisi dagli anni ’60, interlocutori attenti e a volte fin troppo disponibili alle loro richieste. Non solo la sfera pubblica è stata per anni un ricco serbatoio di consensi (o di dissenso disciplinato), ma anche il settore privato è stato più volte sostenuto, nelle sue varie e ripetute crisi, in modo decisamente antieconomico. Quando le cose sono mutate, ci si è trovati con un sistema economico e sociale ingessato, bloccato su posizioni cristallizzate.
Per anni, infine, al sindacato si è assegnato un ruolo decisamente assurdo e spropositato: dalla politica nazionale, alla gestione del territorio, salvo poi volerne fare solo un rudere superato, inutile o peggio dannoso. Per anni si è esaltato tutto ciò che era pubblico, salvo poi decidere che solo il privato poteva risolvere tutti i mali (e anche questo ha tolto al sindacato molto del suo potere).
Intanto però un problema resta: che farà il sindacato da grande? Perché se è vero che senza organizzazioni sindacali è molto difficile gestire, in Europa, i rapporti sociali, è pur vero che, gestirli con un sindacato che non sa bene quale siano il suo ruolo e la sua collocazione, quali i suoi compiti, le sue finalità, è almeno altrettanto complicato. In teoria, potrebbe essere la politica, facendo scelte precise, a fornire al sindacato un quadro e una funzione, dentro un preciso e almeno in parte in parte nuovo meccanismo. Fossimo i segretari confederali, non ci faremmo grande affidamento, anzi, pare che proprio la politica si serva di volta in volta del movimento sindacale per ottenerne consenso ma anche alibi: capita di vedere politici (o interi partiti) che nascondono le loro scelte dietro l’ottenimento preventivo del consenso sindacale, altri che se ne servono per giustificarle a posteriori e molti che ignorano i sindacati o li chiamano in soccorso a seconda di ciò che serve nell’immediato.
In questo modo, semplicemente, si aiuta il sindacato a perdere consenso, personalità, capacità rappresentativa, a non individuare e svolgere un ruolo preciso all’interno del sistema economico ma anche di quello decisionale politico. Invece, se c’è una cosa che oggi sarebbe necessaria, è proprio quella di dare ai sindacati una funzione nuova e precisa, in un sistema politico che non è più quello di prima ma che, neppure lui, sa che cosa vorrà o potrà diventare in futuro.