Quando diventa vecchio il lavoratore atipico
Intervista doppia a Stefano Liebman e Roberto Artoni, rispettivamente giurista ed economista della Bocconi
di Fabio Todesco
Quella che un tempo si chiamava la piramide demografica sta prendendo le forme più strane. Nel 2005 in Italia avevamo circa 535.000 bambini di 7 anni, 605.000 giovani di 20 anni e 764.000 signore e signori di 55 anni, che si ritengono, pur con qualche tremore, prossimi alla pensione. Questa ineludibile realtà comporta conseguenze importanti per la struttura del mercato del lavoro e per i conti pubblici. Ne parliamo con un giuslavorista, Stefano Liebman, e con l’economista Roberto Artoni, a capo di Econpubblica, il centro di ricerche della Bocconi che si occupa di economia pubblica.
Perché un mercato del lavoro che deve assorbire, ogni anno, migliaia di persone meno del precedente stenta a garantire stabilità e qualità dell’impiego?
STEFANO LIEBMAN. Bisogna intendersi su qual è il mercato del lavoro di riferimento. L’Italia è caratterizzata dalla coesistenza di un mercato regolare e uno irregolare, che determina un significativo abbattimento degli standard di qualità e stabilità. Si devono poi considerare i provvedimenti che si sono susseguiti negli anni. La cosiddetta legge Biagi avrebbe dovuto trovare una propria giustificazione nella promozione dell’occupabilità dei lavoratori, ma non ha introdotto nessun effettivo miglioramento per quanto riguarda la qualità e la stabilità del lavoro. Il concetto di flessibilità è stato mal declinato, equiparandolo all’assenza di garanzie, mentre le stesse imprese si rendono conto che un lavoratore stabile è, per definizione, più flessibile, se per flessibilità intendiamo quell’adattabilità alle mutevoli esigenze dell’organizzazione che è il dato strutturale caratterizzante, da sempre, il rapporto di lavoro subordinato classico..
ROBERTO ARTONI. È vero che la pressione demografica si è attenuata, stabilizzandosi negli ultimi anni, ma il tasso di crescita del prodotto, nella prima metà del decennio, è stato pressoché nullo, e sono stabili anche le unità standard di lavoro occupate, la misura più attendibile dell’occupazione. L’aumento nel numero degli occupati è dovuto all’emersione di lavoro irregolare, concentrato nella grande maggioranza nel segmento degli immigrati. Il problema è che negli ultimi 15 anni ha dominato un’ideologia che vede nell’occupazione stabile e a tempo pieno la base dei problemi macroeconomici italiani. Ma è una posizione paradossale, che ha fatto abbastanza guasti, anche perché un rapporto di lavoro stabile oltre che garantire la dignità delle persone, favorisce l’assunzione di responsabilità famigliari.
Tenendo conto delle pressioni competitive internazionali cui sono sottoposte le imprese, sono possibili interventi capaci di garantire efficienza al mercato del lavoro ed equilibrio nelle entrate pubbliche?
LIEBMAN. Le pressioni competitive hanno modificato il modo di pensare la stabilità dell’occupazione. Non può più riguardare il singolo impiego del lavoratore, ma il corso dell’intera carriera lavorativa. Si deve attaccare, insomma, il nodo della protezione del reddito, anche a fronte di una momentanea disoccupazione, con sussidi adeguati. Si è parlato fin troppo del modello danese, applicabile però su scala limitata e a certe condizioni. Potrebbe paradossalmente funzionare in Lombardia, ma non nell’Italia intera. Con uno scatto di fantasia si dovrebbe fare in modo che la fiscalità generale si facesse carico della stabilità intertemporale del reddito, consentendo al lavoratore di garantire l’ormai necessaria flessibilità “qui e ora”, nel singolo impiego.
ARTONI. Tutte le indagini mostrano che il costo del lavoro, in Italia, è relativamente basso rispetto a quello degli altri paesi sviluppati e che la produttività è mediamente soddisfacente. Ci si deve chiedere, allora, che cosa abbia determinato la stagnazione degli ultimi anni e mi pare che la risposta vada cercata anche in una redistribuzione del reddito a favore delle fasce più ricche, che si è riflessa sulle dinamiche di consumo. Aggiungiamo il generale ridimensionamento dei settori più avanzati. Ritengo, insomma, che solo uno sviluppo economico sostenuto possa garantire anche l’efficienza del mercato del lavoro. Quando l’economia funziona, che è condizione necessaria per avere i conti pubblici a posto, è più facile anche avere lo scatto di fantasia necessario.
Perché lo stato, con la recente riforma del tfr, spinge i cittadini a rinunciare a un beneficio quasi certo, come la liquidazione, a favore di uno aleatorio come la rendita che potrebbero garantire i fondi pensione?
LIEBMAN. La liquidazione ha cambiato natura più volte nel tempo. Fino agli anni ’50 era un premio fedeltà, che non veniva riconosciuto in caso di licenziamento per giusta causa o quando il dipendente se ne andava per sua volontà. In seguito si è trasformata, prima nella giurisprudenza, poi nella legislazione, in una retribuzione differita. Ora diventa contribuzione sociale a tutti gli effetti. A fronte dell’abbassamento dei livelli di pensione certa un po’ tutti, dallo stato ai sindacati, cercano di convincere i cittadini a investire questo denaro, nella speranza di recuperare quello che il sistema pensionistico pubblico non garantisce più. Forse potrà funzionare per i redditi più alti, ma l’effetto sui redditi medio/bassi sarà, con ogni probabilità, del tutto risibile, anche ammettendo che il denaro sia bene investito.
ARTONI. Il sistema pensionistico è stato una delle migliori invenzioni del mondo borghese: lo possiamo far risalire a Bismarck. La finalità è quella di garantire la salvaguardia di un tenore di vita simile a quello di cui si godeva lavorando, mantenendo una relazione con la storia contributiva degli individui. È per questo che una componente aleatoria, legata alla capitalizzazione, deve limitarsi a un ruolo integrativo. In Italia la riforma Dini ha penalizzato le carriere dinamiche, quelle con una retribuzione ascendente nel tempo, creando un sistema ideale per i dipendenti pubblici. Ora, aggiungere una componente aleatoria a pensioni che si riveleranno essere piuttosto basse è, quanto meno, indice dell’azzardo di uno stato che può promettere poco e lascia che siano i cittadini a giocarsi il resto.
Armatevi di sfera di cristallo: che terza età può attendersi chi è nato dagli anni ’70 in poi?
LIEBMAN. È compito dell’economista guardare avanti e fare previsioni, il giurista fa i conti con quello che c’è. E in questo caso, si deve essere chiari, non c’è molto. Non solo: temo che continuerà a esserci molto poco perché permane quella mentalità da anni ’90 di cui si è detto. L’occupazione al ribasso, creata dall’America di Reagan in poi, non garantisce un futuro a questi “occupati improvvisi”. Faccio fatica a immaginare una soddisfacente vita lavorativa interamente basata sul susseguirsi di tutta a collaborazioni a progetto. Se l’atipico deve essere un quasi subordinato non garantito e che guadagni poco spero si vada verso un superamento di queste figure o, quantomeno, ad una seria delimitazione del legittimo ricorso a queste figure di lavoratori.
ARTONI. Chi ha attraversato in situazione lavorativamente precaria gli anni ’90 e l’inizio di questo decennio non può realmente attendersi molto. Con il metodo contributivo chi ha cominciato a lavorare dopo il ’96 avrà una pensione proporzionale al livello salariale e all’aliquota contributiva. Questa è stata a lungo bassa e perciò la pensione sarà esigua, creando problemi più ampi di coesione sociale, che necessiteranno di una batteria di provvedimenti assistenziali che altrove esistono, ma in Italia no. Non ci si è resi conto che una flessibilità concepita come precarietà avrebbe comportato problemi per l’intera gamma della protezione sociale.