Il numero dei precari non è aumentato eppure il problema è oggi percepito come più grave. Per molti giovani è la porta d’accesso al mercato del lavoro. Ridurre drasticamente la possibilità di contratti a termine o aumentarne il costo può solo rendergli la vita più difficile
di Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro all’Università Statale di Milano
Da destra si afferma che il merito di un milione e mezzo di nuovi posti di lavoro creati in Italia nel corso dell’ultima legislatura sarebbe stato della legge Biagi; da sinistra si obietta che la legge Biagi sarebbe, piuttosto, la causa principale dell'aumento del lavoro precario. Nessuna delle due affermazioni è seriamente sostenibile, se si ragiona sui dati di cui disponiamo.
VARIAZIONI ASSOLUTE E PERCENTUALI DEL LAVORO A TEMPO INDETERMINATO E A TERMINE
1992-2005

* dati relativi al IV trimestre di ciascun anno
** variazione percentuale del valore assoluto
*** variazione della percentuale dei contratti a termine
(Fonte: Istat, La ricostruzione delle serie storiche degli occupati dipendenti per carattere dell’occupazione – IV Trimestre 1992-IV Trimestre 2003,
21 dicembre 2005, tavola 1, pag. 2
e Cartogrammi I e II delle rilevazioni IV Trimestre 2005)
I dati Istat riportati qui sopra dicono due cose. La prima è che il forte aumento dell'occupazione complessiva in Italia ha avuto inizio nel 1998, ha raggiunto la sua punta massima del +2,6% nel 2001 ed è poi proseguito dal 2002 al 2005 in modo assai meno marcato; se bastasse (ma non basta) la coincidenza temporale per individuare gli effetti prodotti dalle leggi sull'occupazione, il merito di quell'aumento parrebbe dover essere attribuito al «pacchetto Treu» del 1997 più che alla legge Biagi del 2003. La seconda cosa che si trae da quei dati è che la quota dei contratti a termine rispetto al totale dell'occupazione è aumentata – dal 10 al 13% circa - nel corso degli anni '90, ma non nel corso dell'ultima legislatura: la riforma del 2001, varata in accordo con Cisl e Uil e respinta dalla Cgil, non ha prodotto per nulla gli effetti di liberalizzazione dei contratti a termine preconizzati allora dal governo Berlusconi e paventati dagli oppositori.
Quanto agli effetti delle leggi dell'ultima legislatura sulle collaborazioni autonome continuative, sostituite dal nuovo «lavoro a progetto», è facile dimostrare che la materia non è stata liberalizzata, ma semmai regolamentata in modo più stringente dalla legge Biagi: basti osservare in proposito che la circolare n. 17/2006 con la quale il governo Prodi ha inteso dare un giro di vite contro il precariato nei call center si fonda essenzialmente sull’applicazione di quella legge. Neppure questa forma di lavoro precario ha comunque fatto registrare un'espansione negli ultimi due anni: semmai il contrario. Sta di fatto, comunque, che dai dati dell’ultimo biennio si trae addirittura qualche segnale di riduzione del numero delle collaborazioni autonome, sia nella loro forma tradizionale sia nella nuova del «lavoro a progetto»: il che non stupisce, proprio per i maggiori costi di cui la legge Biagi le ha caricate.
Altre due new entries della legge Biagi, il «lavoro a chiamata» e il «contratto di inserimento», sono state quasi del tutto ignorate dalle imprese (lo stesso può dirsi dello staff leasing, ovvero somministrazione di lavoro a tempo indeterminato, che però non costituisce affatto una forma di lavoro precario: è lavoro stabile, con applicazione dell’articolo 18 dello Statuto e divieto di licenziamento collettivo!).
La sola conclusione che può trarsi dall'insieme di questi dati è che le misure di politica del lavoro adottate dal governo Berlusconi non hanno prodotto né gli effetti di liberalizzazione del mercato attribuiti loro dal governo stesso, né quelli di precarizzazione del lavoro attribuiti loro dall'opposizione. Come, per un verso, si può escludere che quelle misure abbiano segnato un miglioramento decisivo nelle performances del nostro mercato del lavoro, per altro verso, piaccia o no, si deve escludere che il fenomeno del lavoro precario ne sia stato causato o favorito in modo apprezzabile (alla stessa conclusione arriva, sulla base di dati di fonte in parte diversa, Luca Ricolfi nel suo libro Tempo scaduto, edito dal Mulino). Resta da chiedersi perché il precariato sia oggi percepito diffusamente come problema più grave rispetto al passato, visto che la statistica non ne conferma un aumento complessivo rilevante.
È ben vero che, secondo gli ultimi dati forniti dalla Banca d'Italia, di coloro che sono passati dal non lavoro nel 2004 a un lavoro dipendente o autonomo nel 2005, il 40,5% l'ha trovato nella forma del contratto a termine, del lavoro interinale o del lavoro a progetto: percentuale che era andata lentamente crescendo negli ultimi anni. Ma se la quota complessiva di quei contratti di lavoro precario resta contenuta ben al di sotto del 20% del totale, questo significa che in due casi su tre (se non tre su quattro) essi si trasformano abbastanza rapidamente in lavoro a tempo indeterminato.
* “lavoro precario” comprende:
-
dipendenti con contratto a termine
-
collaboratori autonomi coordinati e continuativi (co.co.co.)
-
lavoratori a progetto
-
collaboratori occasionali
(Fonte: Banca d’Italia, Bollettino n. 46, marzo 2006, fig. 15, p. 43)
Il problema è che dei casi in cui il lavoro precario funge effettivamente da canale di accesso al lavoro stabile nessuno parla: quelli che «fanno notizia» sono solo i casi in cui questo non accade, in cui il lavoratore resta impigliato a lungo nella trappola del lavoro precario. Ora, può essere che la quota dei «precari impigliati» rispetto al totale sia aumentata più di quanto sia aumentato complessivamente il lavoro precario; ma se questo è il problema, esso non nasce né dalla legge Treu né dalla legge Biagi: esso nasce invece dall'aumento delle disuguaglianze di produttività tra gli individui nella società postindustriale, cui le imprese reagiscono aumentando le disparità di trattamento.
Questo problema può essere affrontato soltanto col rafforzare professionalmente i più deboli, o aiutarli a trovare la collocazione in cui possono rendere di più (ciò per cui una fase di maggiore mobilità all'inizio della carriera lavorativa è indispensabile); mentre aumentare il costo del loro lavoro rischia di condannarli alla disoccupazione. Ridurre drasticamente la possibilità di lavoro a termine o aumentarne il costo come si propone di fare il nuovo governo può solo rendere la vita più difficile alla parte più debole dei giovani che si affacciano sul mercato. Non dobbiamo dimenticare che nel 1977, quando l'alternativa era soltanto tra il lavoro stabile e la disoccupazione, il contratto di formazione e lavoro (sostanzialmente un contratto a termine, della durata di uno o due anni, con retribuzione ridotta) venne introdotto per iniziativa del sindacato e delle forze politiche di sinistra, proprio per favorire l'accesso dei giovani. E nell'ultimo ventennio attraverso quella «porta» sono passati ogni anno centinaia di migliaia di ragazzi, dei quali qui i dati disponibili parlano chiarissimo più di due terzi hanno visto il contratto a termine trasformarsi, alla sua scadenza, in contratto di lavoro ordinario.
Sindacati e ministro del lavoro faranno bene a non dimenticare quell' esperienza.