Flessibilità sostenibile: un impegno per il governo

Trasportabilità dei versamenti contributivi e reddito minimo di cittadinanza: è la proposta di Luciano Gallino, sociologo dell’università di Torino, per combattere la precarietà. Senza dimenticarsi del sommerso

di Andrea Celauro
Precario, dal latino precarium, ovvero ciò che è ottenuto con preghiere, che si concede per grazia. Se poi è il lavoro ad essere precario, di preghiere ce ne vogliono molte, sia per trovarlo che per mantenerlo. E mentre i giovani e meno giovani lavoratori atipici d’Italia non sanno più a che santo votarsi, a parte il novello San Precario, le istituzioni si trovano a dover fronteggiare una situazione che rischia di scappare di mano. Una situazione che Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’università di Torino, ascrive tanto alla moderna organizzazione del lavoro, quanto alla incapacità dei governi, negli ultimi anni, di porvi rimedio in maniera adeguata.

Lei è sempre stato critico nei confronti della legge 30. Che cosa non l’ha convinta della riforma Biagi?
Il suo maggior limite è che ha fotografato l’esistente piuttosto che modificarlo, cioè ha reso legali molte e diverse tipologie di lavoro irregolare, anziché tentare di arginarle e di ridurle. A distanza di qualche anno, tra l’altro, gli effetti della riforma sulla flessibilità non sono stati importanti: molte delle forme contrattuali introdotte sono state poco utilizzate. L’unica sfruttata è stata quella del contratto a progetto, che ha modificato la collaborazione coordinata e continuativa.

Pietro Ichino sostiene che, dati Istat alla mano, non è vero che tra il 2001 e il 2005 la quota di contratti a termine è aumentata e che la legge Biagi, di conseguenza, non ha prodotto né quella liberalizzazione del mercato del lavoro annunciata a destra, né quella precarizzazione attribuita dalla sinistra. Cosa ne pensa?
Bisogna capire di cosa si parla: l’Istat non è in grado di censire i contratti di finto lavoro autonomo che sono in realtà contratti di lavoro dipendente. E il numero di questi è cresciuto. La legge 30, ma anche il pacchetto Treu, non hanno tenuto conto del problema dei problemi: il sommerso. Ci sono tra i 3 a 5 milioni di unità di lavoro assimilate che rappresentano il pelago della precarietà. Se non si fanno i conti con il sommerso, che non è un’economia alternativa ma che è strutturalmente legato ad essa, il problema della precarietà sfuggirà di mano.

E lei ha scritto, ne L’Italia in frantumi, che il proliferare delle tipologie contrattuali atipiche può favorire il sommerso.
Basta pensare al lavoro intermittente, di chi lavora settimana per settimana, ad esempio. La legge 30 ha introdotto dei costi sui contratti di questo tipo, costi che spingono gli imprenditori a scegliere la via più economica: il lavoro in nero. Nel contratto di somministrazione di lavoro pesano i costi del giusto profitto per l’agenzia che fornisce il lavoratore, un contributo fisso del 4%, il contributo pensionistico e il costo per l’assistenza sanitaria. A parità di lavoro svolto, si tratta di un costo del 30-40% in più. Inoltre, bisogna conteggiare i costi fiscali, che ovviamente mancano nel sommerso.

Sul versante delle aziende, ne L’impresa irresponsabile ha messo in evidenza un drastico cambiamento nei loro criteri di gestione: il fatto che, a partire dagli anni Novanta, al fine ultimo del fatturato sia stato sostituito quello del valore delle azioni. C’è anche questo alla radice del lavoro flessibile?
Contribuisce il misura rilevante alla precarietà del lavoro, perché ha prodotto una grande frammentazione della catena globale della produzione. Le unità produttive sono sempre più valutate sotto questo profilo e le aziende hanno tutto l’interesse a mantenere un carico di lavoro il più basso possibile da retribuire. In alcune regioni italiane, più del 50% degli avviamenti al lavoro sono riconducibili a contratti a tempo determinato.

Come dovrebbe muoversi questo governo, o quelli che verranno?
Occorre diminuire la precarietà e rendere più sostenibile la flessibilità. Bisogna che i lavoratori atipici abbiano un sostegno al reddito, il diritto alla maternità e all’assistenza sanitaria, la quale non è riconosciuta perché giuridicamente sono considerati lavoratori autonomi (si pensi ai co.co.pro). E’ proprio su questi aspetti che influiscono i costi umani della flessibilità. Azioni concrete potrebbero essere quelle di stabilire la portabilità dei versamenti contributivi da un ente all’altro e, per colmare la mancanza di contributi nei periodi di non lavoro, l’introduzione di versamenti figurativi o di un reddito minimo, “di cittadinanza”, simile a quello che hanno i francesi. Intendiamoci: sono tutte misure che hanno un costo, però, se il fine è la riduzione del precariato, sono necessarie.

Qualche esempio, fuori dai nostri confini, al quale l’Italia potrebbe ispirarsi nel riformare il mercato del lavoro?
Il fatto è che gli altri paesi europei hanno redditi da lavoro che sono mediamente superiori ai nostri (in Germania sono più alti del 30-40%). In queste condizioni è più facile sopportare le privazioni e questi paesi hanno infatti anche un’imposizione fiscale più elevata. Sono comunque interessanti i modelli danesi e norvegesi, i quali puntano, tra l’altro, sulla formazione dei lavoratori e sull’acquisizione di nuove professionalità. Ben inteso, non bastano dei corsi di formazione di qualche mese per risolvere il problema, così come non possiamo illuderci di trovare ricette facili per combattere la precarietà. L’importante sarebbe smettere di considerare la flessibilità del lavoro, e la precarietà dell’occupazione che ne deriva, come un portato inevitabile della globalizzazione. L’una e l’altra sono forme di gestione della forza lavoro che potrebbero e dovrebbero essere sostituite da altre meno onerose, in termini umani, ammesso che questo sia un fine che la politica e l’economia intendono perseguire.
 
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