Cesare Damiano: perché la flessibilità non è un totem

Il ministro: dovranno cambiare contratti a termine e part-time

di Rosanna Santonocito

Anche se è vero che, in alcuni casi, le imprese hanno un imprescindibile bisogno di flessibilità, tra i nuovi contratti la quota di quelli atipici è decisamente troppo alta, secondo il ministro del lavoro, Cesare Damiano, che si propone di limitare quella che definisce “la patologia” di una generazione di lavoratori intrappolati nel precariato. Costo del lavoro dipendente più basso, aumento dei contributi per i parasubordinati e creazione di una rete di protezione sociale gli strumenti da adottare. E, in un futuro prossimo, dovranno cambiare le norme sui contratti a termine e il part-time.

Nelle nuove generazioni è diffusa la percezione di un lavoro che è tutto precario e di un futuro senza prospettive. L’idea della precarietà a vita confligge anche con l’investimento e la valorizzazione delle risorse umane di cui molto si parla?
Indubbiamente, e negli ultimi anni in particolare, è prevalsa una cultura che ha fatto della logica della flessibilità una specie di totem. Tutto questo ha portato in molti casi alla trasformazione di una flessibilità buona, che è una necessità imprescindibile, in uno strumento di precarietà. Ora, la percentuale di lavoratori precari in Italia non è diversa da quello che si registra in altre parti d’Europa, intorno al 13%. Però qui siamo di fronte a una differenza qualitativa. In Europa i lavori atipici sono riservati ai giovani. Da noi invece riguardano ormai non soltanto la fase dell’ingresso, ma anche l’età centrale della vita, soprattutto per le donne. Prima questione: si resta intrappolati nella flessibilità. Secondo, mettiamoci d’accordo sui dati e distinguiamo tra stock e nuova occupazione. Oggi in percentuale la quantità di lavoro precario nello stock in Italia non è diversa dagli altri paesi. Quel che preoccupa è la patologia, la degenerazione. Se i dati di flusso si sommano allo stock anno per anno, i flussi saranno sbilanciati in modo rilevante verso la flessibilità. Terzo punto: i lavoratori instabili non hanno reti di protezione. Più queste persone lavoreranno più avranno una visione punitiva della flessibilità. Ma che cosa chiedono? Di essere tutelate anche nel tragitto della flessibilità, all’interno di una rete di protezione sociale. Sto lavorando al decollo della previdenza complementare e di una nuova famiglia di tutele per il lavoro. Le altre misure che ho introdotto sono la riduzione di tre punti del costo del lavoro per i dipendenti e l’aumento dell’aliquota contributiva per i parasubordinati che passa dall’attuale 18 al 23%. Il lavoro a tempo indeterminato costerà tre punti in meno e aiuterà i giovani intrappolati nel lavoro flessibile per troppo tempo. Ho messo a disposizione sei miliardi di euro: chi favorisce l’ingresso dei lavoratori nel percorso della stabilità ha uno sconto, che è collegato solo ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

Dove finisce la la buona flessibilità e dove comincia quella cattiva?
Quando l’impresa si trova di fronte alla necessità di affrontare una produzione aggiuntiva, non programmabile, ha il diritto di avvalersi di lavoratori in più. Questa flessibilità credo vada garantita. Sono problemi che vanno risolti con il confronto sindacale in azienda. La flessibilità diventa cattiva nel momento in cui le imprese utilizzano questa miriade di forme di lavoro flessibile, al limite della precarietà, in sostituzione del lavoro standard, del lavoro subordinato. Pensiamo ai call center. Lì non c’è una ragione improvvisa e non programmabile, ma l’utilizzo sotto forma di lavoro parasubordinato di una normale risorsa. Questo è un uso distorto che va ricondotto a un uso corretto. Io sono intervenuto sui call center con una circolare che viene interpretata in modo ideologico perché si vuole attribuire al ministro un atteggiamento manicheo.

Come valutate la proposta di Pier Paolo Baretta della Cisl per una aliquota contributiva unica per tutti al 27%?
Non credo che dobbiamo tornare alla logica del posto fisso della mia generazione. Ma tra posto fisso e protezione del lavoro dobbiamo trovare una strada che si coniughi con le esigenze di competitività e di riuscita produttiva dell’impresa. Si tratta di mettere al centro del mercato del lavoro la prevalenza della stabilità. Riformando gli ammortizzatori sociali colmeremo quel vuoto di tutele che esiste e svantaggia coloro che hanno forme di lavoro flessibile. Credo che l’atteggiamento verso la flessibilità possa cambiare, se il lavoratore è inserito in un circuito di protezione sociale. La flessibilità non si vivrà più come perdita di futuro e sicurezza ma inserita in una vita di lavori in cui si potranno avere anche forti cambiamenti. Alcuni indotti dalla situazione, altri scelti. Un conto è cambiare al buio, altro è farlo contando su una protezione, un periodo di formazione, un intervento pubblico a garanzia.

La flexicurity. Rimodulazione delle tutele significa ridurre le tutele degli occupati per assicurarne una più alta sul mercato del lavoro?
Non sono convinto che si tratti di ridurre tutele per ridistribuirle. Ho lavorato per anni con Tiziano Treu a una Carta dei diritti dei lavoratori e dei lavori che ricomprenda in un unico disegno a cerchi concentrici i diritti universali del lavoro dipendente, parasubordinato, autonomo. Si tratta di immaginare diritti universali di base su cui costruire una rete di protezione con diverse intensità. Lo Statuto dei lavoratori non va buttato. È uno schema che ha una sua validità e modernità. Si tratta di lavorare a diritti, tutele e sicurezza sociale. Con il governo di centro destra c’è stata un’ideologizzazione del problema. E anche ora c’è chi presta il fianco a questa tendenza. Io sono gradualista e pragmatico. Ho già detto che non intendo abrogare la legge 30. La circolare sui call center ha completato l’opera. Ho usato disposizioni esistenti. In altri casi penso di dover intevenire con un tavolo di confronto per cambiare, per esempio, la normativa sullo staff leasing, quella sulla cessione del ramo d’azienda, forme che oltre a precarizzare non hanno trovato applicazione. Vanno rivisti i criteri sui contratti a termine e il part-time. Studiare infine un nuovo sistema di ammortizzatori. Ed è un lavoro da fare con le parti sociali.
 
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