Quella di ingresso, ma anche quella di uscita da un mercato del lavoro ancora in cerca di regole. E con un sistema di welfare troppo immobile
I segnali di ripresa economica e di risanamento delle risorse finanziarie del paese rilanciano con vigore il dibattito sulle regole del lavoro e del welfare. Una tematica urgente da affrontare in un momento in cui diventa sempre più incerto il confine tra stabilità e precarietà del lavoro e sul quale cresce l’influenza del fattore legato all’età, sia per quanto riguarda le modalità di accesso dei giovani al mercato del lavoro, sia per quanto riguarda la tutela delle posizioni dei lavoratori in età matura.
Se, sotto il profilo delle performances economiche, non è dato di stabilire chiare correlazioni con le politiche adottate, sotto il profilo della distribuzione del reddito si è registrato un crescente allargamento della forbice fra i poli estremi. In tale contesto, i lavoratori dipendenti, destinatari diretti delle politiche di moderazione salariale degli ultimi quindici anni, hanno visto una progressiva erosione del potere di acquisto legato ai salari.
Sotto un diverso profilo, il sistema del welfare è rimasto sostanzialmente immobile rispetto al fenomeno della disoccupazione nel suo progressivo ridimensionamento. Ciò, tuttavia, non ha liberato risorse da destinare al sistema previdenziale che, anzi, deve sempre più fare affidamento sull’autofinanziamento da parte dei lavoratori, come emerge macroscopicamente dalla riforma del trattamento di fine rapporto.
Lo sviluppo armonico e socialmente sostenibile dell’economia dipenderà dunque dalle risposte che si sapranno dare alle sfide del lavoro e delle sue regole. E le principali questioni dalle quali partire sono: quali sono i modelli teorici e le istanze di un’economia socialmente sostenibile? Quanto contano formazione, età e network relazionali? E infine quale interpretazione bisogna dare al welfare nelle politiche del lavoro?
Gli approfondimenti:
Cesare Damiano: perché la flessibilità non è un totem
Il ministro: dovranno cambiare contratti a termine e part-time
di Rosanna Santonocito
Mercato del lavoro: il legislatore faccia un passo indietro
Sono le parti sociali che devono stabilire le regole del gioco: a dirlo è Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, per il quale il governo, sulla riforma delle pensioni, ha sollevato solo un gran polverone
di Irene Consigliere
Flessibilità sostenibile: un impegno per il governo
Trasportabilità dei versamenti contributivi e reddito minimo di cittadinanza: è la proposta di Luciano Gallino, sociologo dell’università di Torino, per combattere la precarietà. Senza dimenticarsi del sommerso
di Andrea Celauro
Precariato: ragioniamo sui dati
Il numero dei precari non è aumentato eppure il problema è oggi percepito come più grave. Per molti giovani è la porta d’accesso al mercato del lavoro. Ridurre drasticamente la possibilità di contratti a termine o aumentarne il costo può solo rendergli la vita più difficile
di Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro all’Università Statale di Milano
Sussidi alla disoccupazione e prepensionamenti non fanno soffrire il pil
Perché allontanano dal mercato lavoratori spremuti e poco produttivi
di Peter Lindert, economista della University of California a Davis
Quando diventa vecchio il lavoratore atipico
Intervista doppia a Stefano Liebman e Roberto Artoni, rispettivamente giurista ed economista della Bocconi
di Fabio Todesco
È ora di sperimentare la devolution dei contratti
Imprese e sindacati devono condividere la responsabilità di gestione del rinnovamento organizzativo. Pragmaticamente
di Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro alla Bocconi
L’impiego subordinato? E’ più flessibile dell’atipico
Nello sviluppo moderno di carriera il tempo indeterminato significa sempre meno tempo lungo. La media è già inferiore ai cinque anni
di Anna Grandori, direttore del Crora, Centro di ricerca sull'organizzazione aziendale della Bocconi
Sindacato, cercasi disperatamente nuova identità. Ma quale?
Più pensionati che lavoratori nelle loro fila. Intanto la storia decreta la fine di un modello di rappresentanza sociale. Eppure l’Europa non può farne a meno
di Sandro Roventi, ricercatore di scienza della politica alla Bocconi