Lo straniero piace se è selezionato e integrato

In Canada e Australia un quarto dei nuovi arrivati ha già un titolo di studio elevato, nell’Unione europea solo il 5%

di Tito Boeri, professore di economia del lavoro della Bocconi

In Europa si va verso un ampliamento delle differenze di trattamento degli immigrati, a seconda soprattutto del loro livello di istruzione. Le tendenze prevalenti nei paesi dell’Unione sono tre. In primis, si nota un irrigidimento delle norme e delle procedure nei confronti degli immigrati con bassi livelli di istruzione. In secondo luogo, si cerca di attrarre lavoratori molto qualificati. Infine, si investe nell’integrazione degli immigrati, sperimentando nuove misure, come i “contracts d’acceueil et intégration” francesi.

Pragmaticamente, tutto questo si spiega non solo con le esigenze del mercato del lavoro (mancano in Europa anche lavoratori nei segmenti di lavoro non qualificati, come la concia delle pelli o la raccolta dei pomodori, perché nessuno vuole più fare questi mestieri), ma soprattutto col fatto che i lavoratori più istruiti sono più facilmente assimilabili nel nostro tessuto sociale (in genere parlano già le lingue più diffuse, sono più adattabili a svolgere mansioni diverse, sono più informati sul paese che li accoglie ecc.) e creano meno tensioni distributive, dato che competono con lavoratori con redditi medio-alti nei paesi che ricevono gli immigrati.

Le restrizioni all’immigrazione servono, dopotutto, per imporre una certa gradualità nei flussi (non per impedirli), in modo tale da evitare tensioni nel processo di integrazione. Nel caso di lavoratori più istruiti, questa gradualità non è così giustificata. Serve a colmare il gap nell’attrarre lavoro qualificato rispetto a paesi che hanno tratto enormi vantaggi sul piano della crescita economica dall’immigrazione. In Canada e Australia, paesi che hanno adottato politiche selettive dell’immigrazione, un quarto degli immigrati ha livelli di istruzione elevati, contro solo il 5% nei paesi dell’Unione Europea. L’Italia è in controtendenza non solo rispetto ai paesi Ocse, ma anche nell’ambito dell’Unione Europea. Da noi le quote vengono allocate solo in base alla data di presentazione delle domande, non tenendo minimamente in conto il livello di istruzione e la precedente esperienza lavorativa degli immigrati.

L’Italia non fa nulla neanche sulla terza strada imboccata in Europa, quella dell’integrazione degli immigrati. Integrare vuol dire innanzitutto concepire un percorso al termine del quale è possibile acquisire la cittadinanza e aver diritto di voto. Il nostro regime di acquisizione di diritti sulla base della cittadinanza dei genitori (jus sanguinis) ci porta al paradosso di far votare sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori persone che sono da due, forse anche da tre generazioni in America Latina e non figli di immigrati che da anni lavorano e pagano le tasse nel nostro paese.

Ma l’integrazione non vuol dire solo questo. Vuol dire anche certezza e semplificazione del quadro normativo per allontanare gli immigrati e chi offre loro lavoro dall’irregolarità e dal lavoro nero. Significa avere restrizioni realistiche dei flussi e non quote che coprono il 10% della domanda delle imprese e fanno arrivare lavoratori clandestini che si regolarizzeranno alla prossima sanatoria. Significa anche non imporre forche caudine a chi evita di rimanere disoccupato o aspira a migliorare la propria posizione cambiando datore di lavoro. Le procedure che l’immigrato e il suo datore di lavoro devono seguire in caso di cambio di impiego sono molto onerose, un vero e proprio incoraggiamento attivo al lavoro nero. Bisogna allora proporsi di avere meno procedure ad alto utilizzo di risorse amministrative e più incentivi all’integrazione. Un buon test di quanto siano attuabili le nostre norme consiste nel guardare al lasso di tempo intercorso tra la loro introduzione e la pubblicazione dei regolamenti attuativi. Ci sono voluti quattro anni per avere il regolamento della Bossi-Fini e il tanto decantato Sportello unico per l’immigrazione non è ancora del tutto operativo.

Importante è che ogni riforma dell'immigrazione preveda una stima dei costi della sua implementazione e la creazione di un apparato amministrativo capace di assicurarne la messa in pratica.

 
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