Le esportazioni sono il 27% del pil, i titoli esteri in portafoglio il 15%, ma in fabbrica solo il 9% viene da altri paesi
di Alessandra Casarico, professore di scienze delle finanze alla Bocconi
In decenni di sforzi rivolti alla liberalizzazione del commercio e dei mercati di capitali, il comportamento dei paesi sviluppati nei confronti dei flussi migratori è stato di segno decisamente opposto. Mentre il numero di immigrati rappresenta al momento circa il 3% della forza lavoro mondiale e il 9% di quella nel mondo industrializzato, il rapporto tra esportazioni mondiali e prodotto interno lordo mondiale è pari al 27%. La quota di titoli azionari stranieri detenuti nei portafogli degli investitori era pressoché nulla nel 1970 ed è ora pari al 15%. Mentre i governi si sono dimostrati attivi nel rimuovere le barriere ai flussi di merci e capitali, politiche restrittive volte a limitare sia l’ingresso di lavoratori sia di soggetti richiedenti asilo sono ampiamente diffuse in Europa e oltreoceano. Inoltre, il loro grado di selettività è andato crescendo, specialmente nell’ultimo decennio. L’approccio dell’Italia alla gestione dei flussi migratori aderisce certamente a questa generale impostazione di relativa chiusura.
Il nostro è diventato un paese di immigrazione in epoca più recente rispetto ad altri paesi europei. I primi tentativi di definizione di un quadro di regole per disciplinare i flussi migratori si collocano tra la metà e la fine degli anni Ottanta: confronto con l’immigrazione illegale e individuazione di principi base di integrazione per gli stranieri regolari sono i cardini su cui si sono imperniati gli interventi e che hanno ispirato il primo tentativo di definizione di una organica politica migratoria con la legge Turco-Napolitano.
La legge Bossi-Fini, che al momento definisce la politica migratoria in Italia, ha come elemento essenziale la definizione di regole di ingresso per il lavoro regolare, finalizzato al soddisfacimento delle esigenze del mercato occupazionale. Tali regole sono da più parti giudicate eccessivamente restrittive.
Negli ultimi mesi il dibattito sulla riforma dell’approccio al fenomeno migratorio in Italia si è rinnovato. L’attenzione all’argomento ha più motivazioni. La presenza di immigrati è cresciuta in modo consistente: secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2006, la popolazione straniera residente in Italia era pari a circa 2,7 milioni, con un incremento di più di un milione di unità rispetto all’inizio 2003. Il fenomeno dell’immigrazione clandestina, il problema degli sbarchi e le difficoltà di gestione dei CPT sono argomenti molto sensibili nell’opinione pubblica. I temi dell’integrazione e della costruzione di una società più aperta -snodi essenziali per una gestione attiva del fenomeno migratorio- sono sempre più controversi.
Nonostante le politiche migratorie siano decise a livello nazionale, è certamente vero che il ripensamento della politica migratoria italiana passa dall’Europa. Uno dei motivi, molto spesso sottolineato dai nostri governanti, è che il controllo delle frontiere esterne non può riguardare unicamente gli Stati che confinano con Paesi terzi. Inoltre, il Libro Verde della Commissione Europea, nell’ambito del metodo del coordinamento aperto, individua delle linee guida che devono essere recepite dalle politiche nazionali. Da ultimo, è opportuno ricordare che la scelta del paese di destinazione da parte di un immigrato dipende non solo dalle condizioni del mercato del lavoro, ma anche dalle politiche adottate dai singoli Stati Membri, poiché queste contribuiscono a definire i vantaggi relativi di potenziali destinazioni alternative. In alcuni paesi Europei, sull’esempio di Australia, Canada e Stati Uniti, alle restrizioni sugli accessi di forza lavoro non qualificata si stanno associando politiche di attrazione degli immigrati con qualifiche o livelli di istruzione elevati. Politiche attivamente selettive sono per ora assenti dall’approccio italiano al fenomeno migratorio. Le notizie che circolano in questi giorni sullo schema di decreto legislativo che riordina la Bossi-Fini suggeriscono un cambiamento di rotta e sembrano indicare l’ introduzione, anche in Italia, di una distinzione e di un diverso approccio a flussi altamente qualificati e non. La contrarietà al fenomeno migratorio è motivata, nell’opinione pubblica, non solo dall’impatto che i nuovi lavoratori possono avere sul mercato del lavoro, ma anche dalla loro possibilità di accesso ai sistemi di welfare e dalle difficoltà di integrazione che sperimentano. Questi problemi sembrano meno rilevanti quando il lavoratore è qualificato. Rimanere tra i paesi che non seguono questa strada può essere particolarmente costoso.