Non solo ordine pubblico. Ripartiamo dalla cultura
Gli stranieri sono visti da molti solo come un problema di ordine pubblico. “Sbagliato” secondo Don Virginio Colmegna, che ammonisce: “E’ una questione che richiede una profonda conversione della nostra cultura”
di Andrea Celauro
In due anni di attività, la Casa della Carità di Don Virginio Colmegna ha accolto più di 500 persone di 60 nazionalità diverse. Un confronto continuo, giorno per giorno, notte per notte, con le difficoltà e le esigenze degli stranieri della metropoli milanese, che si mescolano a quelle dei bisognosi “locali”. Vecchi e nuovi poveri, dunque? No, perché Don Colmegna, quando si parla di stranieri, ci tiene ai distinguo: “L’immigrazione non è solo un fenomeno legato alla povertà, è un problema molto più complesso”, spiega. Così come non può essere ridotto esclusivamente a una questione di ordine pubblico.
Don Colmegna, a oggi quali sono i maggiori problemi sul tavolo?
Il primo è sicuramente un problema di comprensione culturale: l’immigrazione è ancora avvertita da cittadini e istituzioni come un fenomeno di emergenza e non come un problema che richiede una conversione culturale per coglierne la dimensione profonda. Si guarda allo straniero soltanto come forza lavoro e la cittadinanza economica non è ancora riconosciuta come cittadinanza sociale. C’è poi il problema legislativo, che richiede una modifica urgente della attuale normativa sull’immigrazione. Le legge attuale risponde a un’esigenza di controllo sociale più che a una valorizzazione del lavoro, ragionando in termini di mercato lavorativo programmato a flussi.
In quest’ottica come si pone il progetto di riforma promosso dai ministri dell’Interno e della Solidarietà sociale?
E’ certamente positivo perché cerca di guardare all’immigrazione come a una risorsa e non come a un problema e rimette sul tavolo alcuni punti nodali, come la flessibilità dei flussi, il ripristino della figura dello sponsor e il discorso sulla residenza. Così come è positivo, per quanto riguarda i Cpt, stabilire che si ricorra ad essi solo nelle situazioni più estreme. Su questo punto, però, non vorrei che questo diventasse un ulteriore terreno di scontro, perché in questo momento ciò di cui proprio non abbiamo bisogno è un dibattito radicalizzato.
Qual è invece la prospettiva a livello internazionale?
Bisogna dare una grande spinta alle misure europee, che oggi sono imprigionate dalla paura. Sviluppare politiche sulla casa e sulla circolazione e creare politiche di partenariato, alleanze sinergiche con la prospettiva dello sviluppo. A livello locale italiano, invece, due temi importanti sono la concessione del diritto di voto agli immigrati per le elezioni amministrative, che porterebbe grandi vantaggi sul livello nazionale della politica, e la questione dell’accesso al credito. Insomma, dobbiamo sentire gli stranieri come parte integrante della nostra società e non sempre come una variabile a parte. Oltretutto, questo atteggiamento non è utile per la crescita del loro senso di responsabilità.
Fin qui le leggi, ma gli immigrati cosa chiedono?
Tre cose: cittadinanza, lavoro e dignità. Non solo, sono stanchi di essere considerati solo come poveri. L’immigrazione non è solo un fenomeno di povertà, bensì un problema molto più complesso. Fondamentali perché si abbia vera integrazione sono poi la scuola e, per quanto riguarda in particolare gli immigrati di seconda e terza generazione, un percorso che avvicini le culture e i sistemi di valori. Ricordiamoci che la coesione sociale si costruisce con il dialogo e non con approcci barricadieri. A questo proposito è importante mettere in evidenza anche le esperienze positive che riguardano gli stranieri, esperienze che sono la stragrande maggioranza, ma che talvolta vengono dimenticate in favore dei casi eclatanti di illegalità. Perché l’immigrazione non è solo un problema di ordine pubblico.