Controlli, quelli alle frontiere sono inutili

Ma quelli interni rimangono impopolari fino a quando i clandestini alimentano il sommerso

di Carlo Devillanova, professore di economia politica alla Bocconi

Negli Stati Uniti il fenomeno migratorio ha radici più lontane che in Europa, tanto che la quasi totalità della popolazione è costituita da immigrati di prima, seconda o successiva generazione. Inoltre, il flussi migratori verso l’America sono caratterizzati da almeno due specificità, che non si ritrovano in Europa: la capacità dell’economia statunitense di attrarre lavoratori altamente qualificati e una pressione migratoria costituita da individui con bassi tassi di scolarità.

Congiuntamente, queste due circostanze implicano, per gli Stati Uniti, la possibilità e l’opportunità di operare politiche di selezione degli immigrati. Sotto questo profilo la situazione italiana è, per certi versi, antitetica: il livello medio di istruzione degli immigrati è superiore a quello dei nativi; al contempo, la struttura produttiva e alcune caratteristiche del mercato del lavoro fanno registrare una difficoltà ad impiegare adeguatamente le competenze già presenti sul nostro territorio ed ad attrarre cervelli sul mercato internazionale.

Nonostante queste differenze, l’esperienza statunitense offre alcuni utili spunti di riflessione. Molti autori hanno evidenziato i pericoli e le inefficienze di una gestione decentrata delle politiche di controllo dell’immigrazione. In questo senso, l’esperienza statunitense di attribuire a livello federale le competenze in materia costituisce un elemento di sicuro interesse al fine di predisporre una politica comunitaria di gestione dell’immigrazione, della quale tanto si discute in questi giorni.

Fa riflettere anche il fatto che, nel 2004, il 93% delle intercettazioni di immigrati irregolari negli Usa sia avvenuta lungo il confine col Messico e attualmente si valuti la possibilità di rafforzare i controlli lungo quella frontiera. L’evidenza empirica suggerisce che l’inasprimento dei controlli alla frontiera ha ridotto i tentativi di ingresso ed il numero di arresti in violazione delle leggi sull’immigrazione (inferiori nel 2004 rispetto al 2000). Tuttavia, essa ha anche indotto gli immigrati già irregolarmente presenti a prolungare la permanenza negli Usa, con scarso effetto netto sulle presenze irregolari nel paese. In generale, i controlli alle frontiere sono meno efficienti rispetto ai controlli interni, ancor più in Europa, per evidenti motivi geografici. Tuttavia, in Italia gran parte dell’attività di contrasto all’immigrazione irregolare e dell’attenzione pubblica si è concentrata sui controlli alle frontiere, mentre la diffusione del sommerso rende meno praticabili i controlli interni, soprattutto rispetto ad altri paesi europei.

Infine, molti indicatori evidenziano alcune problematicità nel processo di integrazione degli immigrati negli Stati Uniti. Mi pare che lo stesso non sia stato favorito da alcune recenti riforme (mi riferisco, ad esempio, al Personal Responsibility and Work Opportunity Reconciliation Act, del 1996, che escludeva gli immigrati dalla maggior parte dei programmi di assistenza pubblica); le modifiche legislative seguite all’11 settembre hanno contribuito a rendere il sistema statunitense più complesso e macchinoso. Credo che una gestione fruttuosa dell’immigrazione richieda regole certe e stabili nel tempo: politiche erratiche, in risposta ad eventi contingenti, possono avere conseguenze di lungo periodo sul processo di integrazione economica e sociale degli immigrati. Detto ciò, pur con le precedenti riserve, il confronto con l’Italia rivela come negli Stati Uniti le regole siano più certe e stabili, sia in termini di rilascio del visto che d’acquisizione dei diritti politici e di cittadinanza.

 
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