A partire dalla fine del sistema bipolare, alcuni gruppi organizzati quali le reti terroristiche, le mafie e le corporation militari hanno conosciuto uno straordinario successo, dimostrando di poter contribuire in maniera significativa a determinare la distribuzione delle risorse (materiali e immateriali) tra attori in competizione tra loro. Ciò si spiega con il fatto che la caduta del muro di Berlino e la conseguente fine delle ideologie hanno contribuito ad alimentare il cosiddetto fenomeno della privatizzazione della politica e l’illusione che il sistema economico fosse effettivamente in grado di autoregolamentarsi: se la politica si riduce a mercato, anche la sicurezza e la protezione si riducono a industria; un’industria nella quale trovano modo di affermarsi sempre nuovi “marchi”. Le mafie riproducono incessantemente l’accumulazione originaria (e violenta) delle risorse a livello locale, investendo poi i propri profitti sul mercato globale, dove assumono il ruolo di commercianti sulla lunga distanza, in grado di far circolare merci (per lo più illecite) e denaro. Le private military company offrono uomini armati a chiunque sia disposto a pagarne il soldo; producono reddito per sé e, ogni qual volta la difesa di interessi privati si tramuta in pratiche di vero e proprio sfruttamento, per i propri clienti.
I terroristi, con le loro azioni indiscriminate e imprevedibili, contribuiscono enormemente ad alimentare il “mercato della sicurezza” – un mercato che, secondo un recente rapporto dell’Oecd, ruota attorno ai 100-120 miliardi di dollari, con una crescita annua stimata attorno al 7-8%. La loro funzione consiste nel vendere a gruppi marginalizzati l’illusione di un futuro accesso all’arena politica ottenendone in cambio un sacrificio immediato, se necessario anche in termini di vite umane (si pensi al fenomeno dei terroristi-suicidi). Per far questo, in forma più esplicita rispetto agli altri gruppi detentori di risorse private di violenza, fanno appello ad argomenti di tipo politico e/o religioso.
Ben più che nel caso dei mafiosi e dei mercenari, lo stato sembra costituire un ostacolo concettualmente insormontabile nell’affrontare il discorso sul terrorismo. Da un lato, chi assume una posizione normativa non potrà che vantare la radicale diversità tra lo stato e il terrorista a partire dal presupposto che soltanto il primo sia legittimato a impiegare la violenza e, in quanto tale, autorizzato a definire l’altro come criminale. Il potere statale non è frazionabile, e l’esercizio della violenza è un gioco a somma zero in cui chi vince prende tutto: l’unica chance, per il terrorista, è riuscire a farsi stato. Dall’altro, chi rifiuta questa posizione e adotta una prospettiva di tipo puramente descrittivo non può evitare di constatare che anche lo stato è capace di atti terroristici e ne deduce in modo inequivocabile che il terrorismo ha a che fare con i mezzi impiegati, non con l’identità dell’attore. In questo caso, rasentando la tautologia, terrorista sarà chiunque faccia un uso terroristico della violenza: attore privato o stato. A quel punto, tuttavia, bisognerà saper tracciare il confine che separa la violenza terroristica da quella non terroristica.
Il primo fattore che caratterizzerebbe la violenza terroristica è l’inumanità, il carattere eccessivo ed estremistico dell’atto. In questo caso, a ben vedere, non si tratterebbe soltanto di contare le vittime, ma anche di dar loro un peso, un valore specifico. Il fatto è che tra gli spettatori le reazioni potranno essere diverse: a seconda che l’evento si svolga nel proprio paese o altrove, che coinvolga propri concittadini o meno, e così via. E molto dipenderà anche dalla plausibilità che ciascuno attribuisce alla causa per la quale il terrorista afferma di voler combattere. I terroristi sfruttano queste ambiguità di sentimenti; strumentalizzano le cause, non le inventano. E strumentalizzano cause che per qualcuno, o per molti, sono giuste: il militante islamico, non diversamente da quello dell’Ira, o delle Brigate rosse o del Ku Klux Klan, gioca con le idee e i sentimenti degli altri, con le loro frustrazioni e le loro passioni. In questo senso è, letteralmente, un parassita.
Il secondo fattore che identificherebbe la violenza come terroristica è il suo carattere indiscriminato: la scelta delle vittime sarebbe del tutto casuale; anzi, cadrebbe preferibilmente sulle più innocenti. L’apoteosi dell’azione terroristica sarebbe, in questa prospettiva, la strage; e il suo strumento privilegiato, la bomba. Bisognerebbe chiedersi però, a questo punto, quanto questa strategia d’azione corrisponda alla realtà storica e quanto, invece, sia il frutto di un immaginario collettivo anche artificialmente alimentato; ad esempio, dall’insistenza con la quale autorità di governo e mezzi di comunicazione accreditano l’idea che gruppi eversivi possano oggi entrare in possesso di armi di distruzione di massa, in particolare chimiche o biologiche. Molti gruppi terroristici, infatti, hanno adottato la strategia opposta di selezionare con accuratezza i propri bersagli proprio per marcare la loro differenza dagli stragisti e ritenendo, razionalmente, che questa fosse la scelta migliore anche in termini di marketing, il modo per ampliare le basi del proprio consenso.
Nella ricerca sul terrorismo è finora di gran lunga prevalsa la tendenza a concentrare l’attenzione sui due estremi dell’esercizio della violenza: il momento pregresso – i requisiti di legittimità, ma anche le possibili cause immediate e le ideologie che la alimentano – e gli effetti – in relazione alla selettività nella scelta delle vittime, ma anche al valore funzionale o simbolico del bersaglio. Troppo poco, invece, si continua a sapere sulla vita del terrorista: sul reclutamento, sull’addestramento e su tutti quegli altri aspetti organizzativi che permettono ai gruppi terroristici (come anche a quelli mafiosi e mercenari) di ottenere dai propri uomini un’obbedienza pari, se non superiore, a quella che lo stato pretende dai propri soldati; arrivando, se necessario, a convincere i propri militanti a superare l’inibizione a uccidere se stessi oltre che gli altri.