Il nuovo ordine sociale si cambia anche dall’interno

Nel mondo globalizzato dalle tecnologie, le istituzioni tradizionali fanno fatica a inquadrare i nuovi attori della violenza e propongono spesso soluzioni dall’ “alto verso il basso”.

di Alyson JK Bailes, direttore del Sipri, Stockholm international peace research institute

Una società “aperta” può evocare sia immagini di forza che di vulnerabilità. Quello che si apre a nuove impressioni, ispirazioni e collaborazioni proficue si apre anche all’infiltrazione e all’attacco. La stessa sicurezza che consente a uno stato o a un’entità civile di “aprirsi” e mostrarsi può essere intesa da altri come un segno di arroganza che invita esplicitamente a una reazione violenta e “asimmetrica” concepita per punire, umiliare e scalzare detto stato o entità. Inoltre, può essere giudicata un’ipocrisia se la parte “aperta” del mondo è anche quella più potente (militarmente ed economicamente) e se si apre solo alle cose convenienti e piacevoli e si chiude a quelle (immigrati inclusi) meno gradevoli. Le leggi stesse che governano “l’apertura” di una società, nel senso della regolamentazione degli aspetti della coesistenza globale moderna, sono state create dagli stati e dagli individui più influenti del ventesimo secolo e non sono state sviluppate attraverso l’equivalente globale di un consenso di base.

Questo quadro della società internazionale di oggi può bastare a spiegare le tensioni, i conflitti e il generale “cattivo comportamento” che si osservano in diverse parti dell’emisfero settentrionale e tra certi elementi del Nord e del Sud del mondo. Non ci dice però se la storia mondiale supererà quest’impasse retrocedendo verso condizioni di separazione più marcata o avanzando verso una sorta di negativa multipolarità in cui ogni superpotenza regionale o individuale sarà il nemico di tutte le altre o spingendosi verso qualcosa di più positivo. Le visioni più fiduciose sono varie. Alcune di esse vedono la salvezza del mondo negli strenui sforzi (dopo così tante battute di arresto) per riformare le strutture della legge internazionale e del governo istituzionale. Altre attribuiscono più fiducia all’effetto “livellatore” della crescita economica e nell’innovazione tecnologica combinate all’interdipendenza. Altre, infine, nutrono la speranza che l’umanità vedrà la ragione di fronte a sfide esistenziali indisputabilmente universali come il surriscaldamento del pianeta e le pandemie.

Io non credo che il mondo regredirà né che la sua salvezza sarà garantita dalle sole leggi o istituzioni. Una ragione è da ricercarsi nei grandi cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi cento anni nelle relazioni dello stato-nazione tradizionale, nel settore privato dell’economia, nella “società” come attore collettivo in contesti sia politici che economici, e nelle opportunità e i ruoli aperti all’individuo. Proprio come i mercati globali e la crescita delle imprese multinazionali hanno costantemente spinto lo stato ad abbandonare il proprio ruolo “mercantilista” di stimolare e controllare la crescita economica, le società in tutte le parti del mondo (anche se non ancora in tutti i paesi) hanno ottenuto maggiore influenza sia sui governi attraverso processi democratici, sia sulle strategie aziendali attraverso l’espansione dell’azionariato privato e la scelta dei consumatori. Il migliore livello di istruzione insieme a mezzi di informazione più aperti, a comunicazioni più moderne e a internet ha dato all’individuo la possibilità di diventare esso stesso “globale” anche senza ricorrere le maggiori possibilità odierne di spostarsi fisicamente. Una persona può votare in uno stato-nazione e possedere delle azioni in un secondo stato, avere delle proprietà in un terzo, condurre un movimento politico o sociale in un quarto, fare lobby nei corridoi collettivi della Ue e dell’Onu e scrivere su un blog letto, letteralmente, in tutto il mondo.

Si tratta sicuramente di una nuova dimensione di apertura, libertà e scelta di cui ci si dovrebbe rallegrare specialmente perché le statistiche sulla penetrazione e uso delle It dimostrano che le società nell’emisfero meridionale del mondo sfruttano le nuove aperture con lo stesso, se non maggiore, vigore delle società più ricche. L’abilità di una persona adeguatamente qualificata di un paese in via di sviluppo di lavorare con colleghi dei paesi sviluppati in squadre virtuali o attraverso l’outsourcing, o di sviluppare forze economiche locali e competitività attraverso un uso intelligente della tecnologia per “saltare” gli stadi evolutivi, contribuisce a controbilanciare la potenziale tirannia economica dei paesi ricchi. In sempre più regioni, i parlamentari, le campagne delle organizzazioni non governative, l’esposizione dei media e i blog hanno migliori possibilità, rispetto al passato, di infliggere duri colpi ai prepotenti e agli arroganti. Perché, allora, sentiamo parlare sempre di più degli aspetti più negativi dell’individuo globalmente abilitato? Perché sentiamo parlare sempre di più del terrorista che usa internet per appropriarsi di tecnologie letali e per inviare messaggi di odio, del trafficante che riesce a scivolare attraverso controlli di confine inefficienti, dei ciber-sabotatori che con un click disattivano funzioni vitali dei governi e delle economie? Questo succede, in parte, perché le nostre istituzioni familiari e i quadri legislativi internazionali non sono ideati per cogliere e contenere attori di questo tipo e perfino dopo l’11 settembre il mondo ha fatto lenti e goffi tentativi di sviluppare soluzioni di governabilità nuove, cooperative e potenzialmente globali. Un’altra ragione è che molte delle soluzioni tentate hanno un approccio tradizionale, dall’“alto verso il basso”, secondo il quale la popolazione “di quelle zone” è costituita da lupi cattivi o da innocenti pecore che possono essere salvate solo grazie all’azione del governo. Mentre cerchiamo di capire le vulnerabilità e le contraddizioni e le trappole delle nuove forme sociali che si stanno inesorabilmente diffondendo oltre i più vecchi confini nazionali e settoriali, dovremmo riflettere su come le risorse delle società a livello dell’individuo, del gruppo e delle imprese possano essere meglio mobilizzate per rinforzare e curare il nuovo ordine sociale dall’interno.
 
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