Nella partita delle relazioni internazionali lo scacchiere mediorientale è di fondamentale importanza. Nella ricerca di interlocutori, secondo il senatore dell’Ulivo Antonio Polito, bisogna però distinguere tra stati sovrani e soggetti comandati da milizie.
di Irene Consigliere
La società aperta crede nella globalizzazione delle economie, ma in questo modo nei confronti dei paesi arabi ha avuto per ora un effetto opposto, di emarginazione. E’ necessario dunque che diventi più ricettiva anche nei confronti di queste realtà e di tutte le religioni. Questa la raccomandazione di Antonio Polito, senatore dell’Ulivo.
Alla luce di una società che sta diventando sempre più globale, quali soggetti conviene considerare come interlocutori accettabili: solo chi, dall’inizio, muove da principi e regole più o meno comuni (come per esempio Abu Mazen in Palestina, Siniora in Libano ecc.) oppure anche chi non lo fa (come Hamas, Hezbollah, Siria e Iran), purché stia almeno alle regole del negoziato?
E’ fondamentale fare una distinzione tra stati sovrani e soggetti non statuali comandati da milizie come per esempio Hamas o Hezbollah o Al Qaeda. Il grande tema dell’instabilità globale è appunto la nascita sulla scena internazionale di questi soggetti e di una miriade di movimenti indipendentisti come nell’India del Nord che però non hanno un impatto negativo sull’equilibrio mondiale. Credo che la comunità internazionale debba trattare per esempio con Hamas perché governa la Palestina, ma non in quanto movimento terroristico che invece deve essere condannato e al quale deve essere applicata una sanzione. Apprezzo per esempio come l’Onu abbia deciso di trattare il tema del Libano. La difficoltà con queste realtà sta appunto nel fatto che da un lato è possibile trattare con il governo, ma dall’altro non con il movimento terrorista che lavora a favore del conflitto.
Come giudica per esempio il recente tentativo di Fassino di invitare al tavolo dei negoziati di pace con l’Afghanistan i talebani?
Ritengo che sia irrealizzabile una trattativa con i talebani, e che sia invece opportuno avere rapporti diretti con il governo di Karzai che è stato eletto democraticamente ma che ha bisogno dell’aiuto della Nato per restaurare la propria autorità. Far sedere al tavolo di una conferenza internazionale un movimento terroristico è insensato. Abbiamo visto ad esempio come si sono comportati i talebani nella trattativa di liberazione del giornalista di Repubblica. Un processo di pacificazione deve coinvolgere tutte le etnie e deve essere affidato al governo.
Quale è il rischio peggiore: una società internazionale più esigente e meno inclusiva, che non lascia spazio ai gruppi e agli stati “canaglia” ma, proprio per questo, tende a spingerli definitivamente fuori delle regole? Oppure una società meno esigente ma più inclusiva che, per evitare questa deriva, rischia in compenso di indebolire i propri principi fondamentali?
Esistono due concezioni del mondo: che sia più pacifico quando c’è più democrazia o che sia più democratico quando è più pacifico. Da un lato ci sono gli Stati Uniti che sono convinti che il mondo avrà più pace quando sarà costituito da democrazie. L’Europa invece è dell’idea che prima viene la pace e poi la democrazia. E’ comunque indispensabile che continui a esserci un’unità transatlantica che garantisca un equilibrio internazionale. Ed è fondamentale che lo Stato di diritto abbia rispetto per le minoranze religiose.
Quale ruolo svolge la competizione per le risorse nei conflitti dell’ultimo decennio? E chi sono, infine, i protagonisti principali della partita per il controllo di queste risorse?
Il tema del controllo delle risorse energetiche è cruciale perché non sono infinite. La diplomazia russa è di tipo energetico. Se l’Europa non inizia a diversificare, diventerà sempre più dipendente dalla Russia, anche perché il petrolio è destinato a esaurirsi. L’area mediorientale rimane comunque ancora fondamentale per l’Occidente. La guerra in Iraq, giustificata dall’ambizione di controllare i giacimenti di petrolio, è costata molto di più di quanto gli Usa siano riusciti a realizzare. Un’altra fonte primaria da non trascurare è l’acqua, altro elemento di tensione nel conflitto arabo-israeliano.
E’ maggiore il rischio che l’economia internazionale venga deteriorata da un continuo stato di guerre e da scontri politici e ideologici o quello che la lotta per la supremazia economica impedisca una globalizzazione politica aperta e pacifica?
La globalizzazione non ha subito un arresto a causa delle guerre. E’ piuttosto la stabilità del mondo che ha subito uno shock a causa della globalizzazione. L’arrivo delle tv satellitari ha portato un’improvvisa ventata di modernità anche tra le popolazioni mediorientali. Ma da parte del mondo arabo c’è un forte timore di una perdita di identità, e che l’Occidente si faccia mondo.