La società aperta dovrà fare i conti con un contesto di politica internazionale tutt’altro che roseo, caratterizzato, tra l’altro, da una forte corrente di de-occidentalizzazione del mondo. E con, sullo sfondo, l’accesa partita sul controllo delle risorse
Il mondo globalizzato, senza più barriere e ricco di nuove opportunità, sembra il terreno ideale per far germogliare il concetto di società aperta. Eppure, le relazioni internazionali continuano a patire di quei freni che sempre le hanno contraddistinte, come le disuguaglianze di potere, il proliferare dei conflitti, incentivati anzi in un mondo interconnesso, e la spiccata eterogeneità politica e istituzionale dei protagonisti.
In controtendenza rispetto all’idea di società aperta, inoltre, con la fine dell’era comunista le democrazie liberali sembrano aver marcato ancora di più la differenza tra la loro visione del mondo e quella “degli altri”. Sottolineando così la superiorità del modello occidentale, ma liberando al contempo una corrente di de-occidentalizzazione del mondo.
In questo contenso, chi ha dunque il diritto di esprimere la volontà della società internazionale “aperta”? Tutti gli stati o solo quelli democratici? E’ più pericolosa una società più esigente, ma meno inclusiva, che non lascia spazio agli “stati canaglia” ma che li spinge ancor più fuori dalle regole, oppure una società più inclusiva, che rischia di indebolire i propri principi fondamentali?
Inoltre, società aperta vuol dire buon funzionamento dei mercati e virtù della concorrenza economica. Ma se a competere sono gli stati nazionali, allora il rischio è che la gara allo sviluppo produca conflitti, anche per quanto concerne l’accesso alle risorse. Quali stanno diventando le risorse strategiche dell’attuale contesto internazionale? Quali sono i protagonisti della partita per il loro controllo?
Sommario
Il nuovo ordine sociale si cambia anche dall’interno
Nel mondo globalizzato dalle tecnologie, le istituzioni tradizionali fanno fatica a inquadrare i nuovi attori della violenza e propongono spesso soluzioni dall’ “alto verso il basso”.
di Alyson JK Bailes, direttore del Sipri, Stockholm international peace research institute
La globalizzazione deve estendere i suoi confini
Nella partita delle relazioni internazionali lo scacchiere mediorientale è di fondamentale importanza. Nella ricerca di interlocutori, secondo il senatore dell’Ulivo Antonio Polito, bisogna però distinguere tra stati sovrani e soggetti comandati da milizie.
di Irene Consigliere
Guerra e pace hanno cambiato volto
Perché non funziona la lotta globale al terrore lanciata dagli americani
di Alessandro Colombo, professore di relazioni internazionali all’Università degli studi di Milano
Il terrorismo e il mercato della violenza
L’industria della sicurezza vale più di 100 miliardi di dollari, ha una crescita annua dell’8% ed è alimentata soprattutto dal terrorismo. Eppure di quest’ultimo alcuni aspetti devono ancora essere chiariti
di Fabio Armao, professore di relazioni internazionali all’Università degli studi di Torino
Nel conflitto sciiti-sunniti il futuro del Medio Oriente
Dietro a quella che può apparire una disputa teologica c’è una questione di identità che ha modellato, e continuerà a influenzare, la storia della regione. Oggi è anche una reazione ai cambiamenti e alla modernizzazione
di Vali Nasr, adjunct senior fellow, Council on Foreign Relations, New York
Se vuoi la pace, prepara il dopoguerra
La guerra in Iraq ha smentito le previsioni più pessimistiche, ma i mesi successivi sono stati un vero disastro, non riuscendo a demarcare un prima fatto di terrore e morte e un dopo fatto di sicurezza e ordine
di Vittorio Emanuele Parsi, professore di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano
Chi rischia davvero in guerra
La morte dei civili, nelle guerre che l’Occidente combatte lontano da casa, non è un evento accidentale, ma la conseguenza del modo in cui abbiamo deciso di combattere, secondo i dettami della guerra risk-transfer
di Martin Shaw, professore di relazioni internazionali alla University of Sussex