Le autorità elette nel primo governo iracheno del dopoguerra sono i primi leader sciiti con cui gli Stati Uniti abbiano avuto contatti diretti e significativi dopo la rivoluzione iraniana. Quando i leader americani dicevano di voler cambiare in meglio la politica della regione dopo la guerra in Iraq, parlavano in effetti della democratizzazione del vecchio Medio Oriente a predominio sunnita.
Non hanno dedicato troppa attenzione al nuovo Medio Oriente che sta emergendo, e non si sono ancora resi conto delle sue potenzialità.
Questo Medio Oriente non sarà definito dall’identità araba o da qualche particolare forma di governo nazionale. Alla fine, il carattere della regione sarà deciso sul banco di prova della rinascita sciita e della risposta sunnita a essa.
Il Medio Oriente è più esposto oggi all’instabilità e all’estremismo che in qualsiasi altro momento da quando la rivoluzione islamica scalzò un alleato Usa dal trono di quel paese e portò al potere i radicali sciiti. L’appello dell’America alla democrazia nella regione ha scosso i suoi amici senza placare i suoi nemici. Il conflitto in Iraq ha portato al potere una coalizione religiosa sciita e ha creato un’insorgenza islamica e nazionalista che rafforza l’estremismo jihadista.
Così il conflitto sciiti-sunniti ha richiamato l’attenzione del mondo, ma per arabi e iraniani, afghani e pakistani che vivono nella regione è un flagello divampato di tanto in tanto modellando la storia, la teologia, la legge e la politica islamiche. Ha avuto, nel dare forma al Medio Oriente, un’importanza assai maggiore di quanto molti comprendano o riconoscano. E si è profondamente radicato nel pregiudizio popolare, come gli stereotipi dei plebei sciiti e della loro erronea visione dell’Islam hanno definito il modo in cui molti sunniti vedevano i loro simili. In Libano, il folclore popolare vuole che gli sciiti abbiano la coda; sono visti come troppo prolifici, troppo chiassosi nell’esprimere la loro religiosità, e, data l’immagine di paese raffinato che il Libano ha di sé, vengono ridicolizzati per il loro modo di fare da classe inferiore, priva di gusto e volgare. Nonostante la popolarità politica di Hezbollah, gli sciiti subiscono discriminazioni e sono trattati da provinciali, ignoranti e non all’altezza della loro ardita pretesa di rappresentare il Libano. In Arabia Saudita si dice che gli sciiti sputino nel piatto in cui mangiano – una maldicenza intesa indubbiamente a scoraggiare perfino la socializzazione a tavola tra sunniti e sciiti – e che dare la mano a uno sciita contamini e renda necessaria un’abluzione. In Pakistan, agli sciiti viene appioppato il soprannome dispregiativo di «zanzare».
Anche l’Occidente ha avuto le sue guerre di religione: la guerra dei Trent’anni, il conflitto in Irlanda del Nord, e le più sommesse, ma concrete, forme di pregiudizio e discriminazione che gli occidentali hanno applicato tra loro nel campo delle differenziazioni religiose. Questi conflitti e queste rivalità non sempre hanno avuto alla base questioni di principio di natura teologica, ma più spesso riflettevano rivendicazioni di potere contrastanti, rivendicazioni avanzate da comunità rivali le cui radici affondano in differenti identità religiose. La religione non riguarda solo Dio e la salvezza: stabilisce anche i confini delle comunità. Differenti letture della storia, della teologia e della legge religiosa svolgono lo stesso ruolo della lingua o della razza nel definire che cosa renda unica ciascuna identità e nello stabilire chi le appartenga e chi no.
Quella in cui viviamo è un’epoca di globalizzazione, ma anche di politica delle identità, come se il nostro mondo si stesse contemporaneamente espandendo e contraendo. Popoli diversi abbracciano valori universali, e comunità un tempo isolate conoscono un livello senza precedenti di scambi commerciali e comunicazione con il mondo esterno. Ma al tempo stesso i legami primordiali o semiprimordiali di razza, lingua, etnia e religione fanno sentire con ostinata determinazione la loro presenza. Questa è la realtà del nostro tempo, e il mondo musulmano non può sottrarvisi. I suoi conflitti d’identità crescono e calano parallelamente a quegli scontri che più frequentemente richiamano lo sguardo del mondo – tra fondamentalismo e modernismo, o tra autoritarismo e democrazia – su ciò che darà forma al futuro dei musulmani.
Più la guerra, la democrazia e la globalizzazione costringeranno il Medio Oriente ad aprirsi a tante forme di cambiamento cui aveva sempre resistito, e più frequenti e intensi diventeranno i conflitti quali la spaccatura tra sciiti e sunniti. Prima di poter arrivare alla democrazia e al benessere, il Medio Oriente dovrà risolvere questi conflitti – quelli tra gruppi etnici come curdi, turchi, arabi e persiani, e, più importante, quello più ampio tra sciiti e sunniti. Come la risoluzione di conflitti religiosi segnò il transito dell’Europa alla modernità, così il Medio Oriente dovrà trovare la pace tra le sette prima che possa cominciare a mettere in atto le sue potenzialità.
Negli anni che verranno, sciiti e sunniti si contenderanno il potere, prima in Iraq, ma infine sull’intera regione. Oltre l’Iraq, altri paesi dovranno (anche quando introdurranno le riforme) far fronte a un intensificarsi delle rivalità tra sciiti e sunniti. Il conflitto complessivo tra le due confessioni svolgerà un ruolo di primo piano nel definire il Medio Oriente nel suo insieme e nel dare forma alle sue relazioni con il mondo esterno. Il conflitto settario renderà più estremisti gli estremisti sunniti e con ogni probabilità riattizzerà il fervore rivoluzionario tra gli sciiti. In qualche momento il conflitto sarà sanguinoso, in quanto rafforzerà gli estremisti, infoltendone le fila, popolarizzandone le cause e amplificandone la voce in politica, e in tal modo complicando lo sforzo più ampio di contenere il radicalismo islamico. Anche chi tenterà di soffocare le fiamme del conflitto settario non sempre lo farà in nome della moderazione. Cercherà piuttosto di costruire un fronte comune tra sciiti e sunniti per una lotta più ampia contro Stati Uniti e Israele.
Da La rivincita sciita (Università Bocconi editore)