Se vuoi la pace, prepara il dopoguerra

La guerra in Iraq ha smentito le previsioni più pessimistiche, ma i mesi successivi sono stati un vero disastro, non riuscendo a demarcare un prima fatto di terrore e morte e un dopo fatto di sicurezza e ordine

di Vittorio Emanuele Parsi, professore di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano

Dopo una preparazione durata sostanzialmente tutto l’inverno, il 20 marzo 2003 è partita l’offensiva angloamericana contro l’Iraq. Mentre i marines degli Stati Uniti puntavano sui giacimenti petroliferi di Rumalia nel sud del paese, per evitare che potessero essere distrutti dalla guardia repubblicana di Saddam, la 3a Divisione di fanteria si dirigeva verso Nord in direzione di Nassyria e le forze britanniche iniziavano la battaglia per conquistare Bassora. La guerra sarebbe durata più a lungo delle 72 ore da qualcuno incautamente pronosticate, ma si sarebbe conclusa comunque in soli 43 giorni, portando al rovesciamento del regime di Saddam Hussein e all’inizio di un’occupazione militare dell’Iraq a tempo indeterminato da parte di un corpo di spedizione di circa 160.000 soldati americani. Proprio l’esiguità delle forze militari coinvolte sarà una delle critiche più dure mosse contro il segretario alla Difesa Rumsfeld. Il corpo di spedizione angloamericano verrà integrato da alcune migliaia di truppe di altri Paesi (italiani, polacchi, spagnoli, olandesi, tra gli altri) subito dopo la conclusione ufficiale delle ostilità. Ma anche così, le forze di occupazione saranno insufficienti a mantenere l’ordine e a favorire la ripresa di un minimo di organizzazione civile, e il caos che ne seguirà fornirà dapprima un alibi e poi un vero alimento a terroristi e ribelli. Tra il marzo 2001 e il giugno 2004 ben 31 delle 33 brigate combattenti dell’Us Army sono andate sulla linea del fuoco, riducendo all’osso permessi e riposo, ed esasperando i riservisti e i membri della Guardia Nazionale, massicciamente impiegati in prima linea, dotati di equipaggiamenti insufficienti e persino malamente nutriti, grazie alla privatizzazione selvaggia impostata da Donald Rumsfeld.

Dal giugno del 2004 in poi il numero dei riservisti e dei membri della Guardia Nazionale impegnati in Iraq è sempre oscillato intorno ai 50-55.000, a fronte dei circa 80.000 soldati in servizio attivo.
La Terza guerra del Golfo ha smentito tutte le previsioni, non solo quelle avventatamente ottimistiche, ma anche quelle apocalittiche sui due milioni di profughi (sono stati solo centomila), le centinaia di migliaia di morti civili (che variano secondo le stime tra i 3.000 e i 7.000), le catastrofi ambientali e quant’altro. Ma il dopoguerra è stato un vero disastro. Anche in seguito alla folle privatizzazione dei servizi di rifornimento e della logistica delle Forze armate americane, sono stati letteralmente buttati al vento i primi 15-20 giorni successivi alla caduta del tiranno, quelli in cui sarebbe stato fondamentale, probabilmente vincente, dimostrare concretamente la differenza tra un prima – fatto di terrore, morte, distruzione, penuria e assenza di qualunque regola – e un dopo – fatto di sicurezza, pace, legge e ordine, ma anche cibo e latte in polvere per i bambini, acqua potabile e carburante.

È stato osservato che non era possibile improvvisare tutto ciò in pochi giorni. E proprio qui sta il punto.
Contemporaneamente alla preparazione delle operazioni militari avrebbe dovuto essere pianificata l’assistenza alle popolazioni irachene liberate, per vincere la guerra a Saddam e ai terroristi innanzitutto nel cuore e nella mente delle popolazioni irachene e arabe. Tedeschi, italiani e giapponesi sono passati attraverso l’esperienza di perdere una guerra contro gli Stati Uniti. Di tutto ciò non sembra esista traccia tra i piani elaborati dal Pentagono per la liberazione dell’Iraq. Nonostante certo revanscismo nazionalpopulista, dove confluiscono umori e capziosità intellettualizzanti, torni a negare, quella sconfitta ha rappresentato una benedizione per questi paesi. Pensando a che cosa sarebbe stato il destino di italiani, tedeschi e giapponesi se le potenze dell’Asse avessero vinto, occorre dire che fu una fortuna per loro perdere una guerra contro l’America. Nel conquistare alla causa delle libertà e dell’alleanza con gli Stati Uniti popolazioni nemiche – che, fino al giorno prima, avevano pagato un durissimo prezzo in termini di vite umane, distruzioni materiali e identità politica – un contributo decisivo fu fornito dal legame evidente tra fuoriuscita dall’incubo della guerra e della fame e occupazione americana. Il primo propulsore della ripresa di una parvenza di economia, sia pure nella forma del mercato nero, arrivò attraverso la macchina logistica americana, la vera chiave di volta della vittoria statunitense nel conflitto mondiale. Come è possibile che questa lezione sia stata ignorata? Come è ipotizzabile che qualcuno potesse non essersi posto davvero il dubbio se la democrazia potesse essere esportata prima della sicurezza? Che la libertà politica potesse attecchire prima ancora che la libertà dal bisogno (almeno da quello della sopravvivenza) venisse garantito?

Da L’alleanza inevitabile (Università Bocconi editore)

 
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