Chi rischia davvero in guerra

La morte dei civili, nelle guerre che l’Occidente combatte lontano da casa, non è un evento accidentale, ma la conseguenza del modo in cui abbiamo deciso di combattere, secondo i dettami della guerra risk-transfer

di Martin Shaw, professore di relazioni internazionali alla University of Sussex

All’inizio del XXI secolo gran parte dei leader e dei pensatori politici occidentali crede ancora di poter impiegare la guerra come mezzo di azione politica con giustizia ed efficienza. A volte si trovano in disaccordo su decisioni particolari: parecchi hanno dissentito dall’invasione anglo-americana dell’Iraq del 2003. Ma sono rimasti d’accordo sul principio generale: colpire le persone, perché questo è ciò che significa la guerra ai giorni nostri, rimane una legittima, sebbene incresciosa, maniera per raggiungere obiettivi politici. Chiaramente le persone che s’intende colpire sono quelle che hanno preso le armi con intenzioni politiche ostili o disonorevoli. Non s’intende colpire civili o non-combattenti. Se succede, si tratta per definizione di un evento «accidentale». Ma nel colpire quanti più nemici e quanti meno civili è possibile, essi mirano soprattutto a evitare che vengano uccisi i propri soldati o i propri aviatori. In effetti, se diminuire i rischi per il personale militare vuol dire aumentare il rischio di uccidere o ferire civili, si tratta di un prezzo che i civili dovranno sfortunatamente pagare.

Ciò che ho appena descritto è l’aspetto centrale di come l’occidente combatte le sue guerre oggi. La chiamo guerra risk-transfer, perché si concentra sulla minimizzazione dei rischi per i militari, e quindi dei sostanziali rischi politici ed elettorali di chi li comanda, e li trasferisce non solo sui «nemici», ma anche su quelli che lo stesso occidente considera «innocenti». È un modo di combattere la guerra che si è venuto perfezionando negli ultimi venticinque anni, in risposta agli strascichi del disastroso conflitto americano in Vietnam, nelle guerre delle Falklands/Malvinas, del Golfo, del Kosovo e dell’Afghanistan, così come in altri «interventi» minori, fino a giungere alla recente campagna irachena.

I propugnatori del nuovo modo occidentale di fare la guerra ne enfatizzano l’armamento «di precisione» e i sofisticati sistemi computerizzati di comando e controllo.
I critici sottolineano quanto in realtà i media siano stati posti sotto controllo al fine di impedire ai cittadini occidentali di vedere chi in realtà venga colpito dai propri militari. Entrambi hanno parzialmente ragione, ma bisogna andare oltre queste percezioni iniziali.

All’inizio del XXI secolo, l’occidente si trova a un bivio riguardo al suo atteggiamento nei confronti della guerra. Il nuovo approccio alla guerra sviluppato negli ultimi venticinque anni – per sfuggire al vicolo cieco della strategia nucleare, e contemporaneamente alla guerra degenerata del Vietnam – è fallito. Abbiamo una scelta: possiamo continuare a ricorrere allo strumento della guerra, abbandonando la finzione di impiegare la forza militare in maniera nuova e diversa, e a impantanarci così in conflitti brutali che non possiamo vincere. Oppure possiamo seguire la logica del nostro impegno verso le istituzioni globali, la democrazia e i diritti umani, e rinnovare la nostra determinazione a evitare la guerra. Non possiamo avere sia l’una sia l’altra cosa.

Da L’Occidente alla guerra (Università Bocconi editore)

 
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