Nel paese degli one man party uno spettro politico fossilizzato non rispecchia la vera articolazione degli interessi e penalizza il riformismo
di Lapo Berti, economista, dirigente Antitrust
Nell’ormai rigogliosa letteratura sul declino dell’Italia si è formato un discreto consenso sulla necessità di dar vita a un programma di riforme strutturali dell’economia capaci di mettere il nostro paese al passo con i ritmi della globalizzazione. Vi è anche convergenza sulla natura delle riforme da fare e sulle priorità. Pochi negherebbero, per esempio, che vi sia una forte e impellente necessità di fare piazza pulita della pesante bardatura di lacci e lacciuoli ovvero di quell’eccesso di normazione che soffoca l’iniziativa imprenditoriale e ostacola, quando non elimina, la concorrenza.
C’è una domanda, tuttavia, cui nessuno sembra avere una risposta da dare, anche quando la si pone: se tutto è chiaro, se tutti sanno che cosa bisognerebbe fare, perché non lo si fa?
Le ragioni sono, certamente, numerose e complesse, ma vi è. fra gli altri, un elemento di contesto interno, italiano, che è forse quello più insormontabile, perché depositato nella nostra storia, e che solo con le nostre forze possiamo superare. Si tratta dell’incapacità, ormai testimoniata da decenni di tormentata quanto inconcludente transizione, di mettere in scena il cambiamento, di rappresentare pienamente le spinte alla modernizzazione che pure la società esprime. Non è colpa di questo o quel politico o partito. E’ il sistema che si è incartato.
Ormai due decenni fa, con le semplici e semplificatorie intuizioni che sono proprie delle masse, il popolo italiano decise di voltare pagina, votando con decisione a favore di un sistema politico maggioritario. La logica miope dei partiti trovò il varco per far passare un indebolimento di quella decisione. Da lì ha preso avvio una deriva politica dominata dall’interesse “privato” dei singoli partiti, anche minuscoli, a massimizzare la loro capacità di condizionamento. Siamo giunti al paradosso degli one man party. Nessun uomo politico ha avuto la capacità di far valere una visione di prospettiva, di ricomposizione dei grandi interessi in cui si articola la società civile e quella economica. La difficoltà di realizzare nuove aggregazioni partitiche, sia a destra che a sinistra, dotate di una qualche capacità di attrazione nei confronti di un elettorato sempre più disilluso e insoddisfatto ne è la dimostrazione tangibile e più evidente.
Il risultato è un mercato politico caratterizzato da una forte impronta oligopolistica, in cui operano soggetti provenienti dalla dissoluzione della fase più spiccatamente corporativa della nostra storia politica, economica e sociale, allorché poche corporazioni, in rappresentanza di un sistema di interessi aggregati scarsamente differenziato, si contendevano il controllo delle risorse pubbliche.
Il sistema bloccato della rappresentanza, come una lente deformata, rimanda un'immagine errata, distorta, della configurazioni di interessi che si contendono il potere reale e non è, quindi, in condizione di tradurla in proposta politica razionale e tanto meno di dare risposte concrete alle domande che questi portatori di interessi pongono.Esso impedisce la piena e diretta espressione delle aggregazioni di interessi che la realtà sociale del paese presenta, continuando a frammentarne la rappresentanza in formazioni politiche disperse lungo tutto lo spettro della politica italiana e all'interno di antiche differenziazioni fra destra, sinistra, centro che non hanno più contenuto sociale e politico reale. Stenta fortemente a costituirsi il fronte delle forze riformiste, attualmente disperse nei mille rivoli della rappresentanza e prive, quindi, della forza di condizionamento che sono suscettibili di esprimere. Le grandi forze dell’economia, da sempre inclini al compromesso con la politica per il controllo delle risorse pubbliche e per la protezione dei loro interessi, non sembrano in grado di promuovere il cambiamento.
Non si intravedono possibilità di autoriforma. Il sistema produce ormai incentivi perversi, rivolti a garantirne la riproduzione e, semmai, l'estensione e il consolidamento, non la riforma. Ne discende, quale nefasto corollario, l'impossibilità che si realizzi il necessario ricambio delle élites dirigenti che sono il prodotto di questa situazione e solo in essa trovano le condizioni di riproduzione del loro potere.
L'impulso alla riforma può provenire, dunque, solo da shock esterni o da crisi di natura imprevista e imprevedibile. Può aiutarci, ancora una volta, l’ancoraggio a una prospettiva rinnovata di crescita europea. Il vincolo europeo può spingerci ad assumere decisioni che altrimenti rinvieremmo o non avremmo la forza di imporci. Ma anche l’Unione europea attraversa un momento difficile e ha bisogno di nuove spinte.
La prima vittima di questa situazione di stallo è la madre di tutte le riforme: l'apertura dei mercati alla concorrenza. Più in generale, la creazione di un contesto economico e sociale favorevole alla competizione è il passaggio decisivo che abbiamo di fronte e che impegna tutti. La concorrenza, quando c'è, è un bene pubblico che genera benefici per tutti. Quando si tratta di introdurla, in un ambiente e in una cultura che per decenni vi hanno opposto ogni genere di resistenze, è un processo costoso, sia socialmente che politicamente. Fintantoché questi costi non saranno apertamente messi sul tavolo e adeguatamente affrontati, l'ambiente politico e sociale continuerà a frantumarsi nella protezione dei singoli microinteressi e il paese resterà incapace di esprimere tutto il suo potenziale.