Il modello elettorale tedesco per rinnovare il Paese

È la soluzione proposta da Bruno Tabacci, deputato Udc che ritiene superato il metodo della concertazione con i sindacati, che fanno gli interessi di una fascia già tutelata

di Irene Consigliere

Il modello elettorale tedesco, proporzionale con sbarramento al 5%, ridurrebbe il numero delle forze politiche a non più di 5 o 6, renderebbe possibili alleanze tra forze omogenee e quindi restituirebbe centralità ai riformisti, oggi ostaggio delle ali estreme dei due schieramenti. Questa la ricetta di Bruno Tabacci, presidente della X Commissione attività produttive, commercio e turismo, per ridurre la frammentazione di partiti all’interno delle maggioranze che si alternano al governo, troppo deboli per approvare provvedimenti efficaci, e per affrontare la strada obbligata delle riforme strutturali in ogni comparto della vita economica.

Ma da dove bisogna partire?
Serve una nuova temperie riformista. Riforme strutturali, liberalizzazioni, mercato del lavoro, infrastrutture, previdenza, ammortizzatori sociali. Il problema non è tanto da dove partire. Quel che occorre è uno spirito riformatore che consenta e accompagni una nuova fase di crescita del Paese. Un’assunzione di responsabilità, l’apertura di una nuova stagione dei doveri senza la quale l’affermazione di diritti di per sé finisce col rivelarsi inevitabilmente vuota e priva di significato. Occorre avviare una profonda azione di lotta alle rendite, così diffuse che nessun cittadino può chiamarsi fuori, e così penetranti e ad ampio raggio da impedire che alcuni si sentano colpiti più di altri; serve un’altrettanto profonda lotta agli sprechi, avviare una stagione di rigore pubblico. Il nostro è un problema di mentalità dei singoli e collettiva prima ancora che del sistema politico.

Quale il metodo più adatto?
È quello della condivisione di un nuovo senso di responsabilità collettiva e individuale, di un recupero del senso della prevalenza dell’interesse generale sugli interessi particolari. La concertazione con i sindacati, oggi, mostra gli stessi limiti e le stesse ragioni di critica dell’attuale assetto politico e sociale del Paese perché il sindacato non è rappresentativo degli interessi generali del Paese ma di quelli di una fascia di cittadini abbastanza garantiti. È necessario dunque giungere a offrire garanzie innanzitutto a coloro che un lavoro non l’hanno e a coloro che non sono in condizione di guadagnarsi il diritto a una pensione. È per questo che occorrono riforme strutturali che rilancino l’economia italiana: solo attraverso un sistema produttivo che generi ricchezza i diritti possono trovare tutela. In ogni caso, comunque, la responsabilità delle decisioni spetta al Parlamento, cui un governo omogeneo dovrebbe fungere da stimolo. La concertazione si può tradurre nella legittima richiesta di tutti i portatori di interessi particolari di essere ascoltati e nei limiti dell’interesse generale tutelati. Ma con la consapevolezza che questi limiti sono invalicabili e che l’interesse generale è sempre prevalente.

Cosa impedisce al governo di riformare il mercato del lavoro e il sistema previdenziale?
Il governo è paralizzato dai veti del sindacato che si nasconde dietro la difesa ideologica della ristretta cerchia delle sue categorie sociali di riferimento mostrandosi miope di fronte alla realtà dell’invecchiamento della popolazione. Non si può pensare di vivere di più e di lavorare di meno. Peraltro la riforma previdenziale va affrontata con serietà non solo sotto il profilo dell’allungamento dell’età lavorativa ma anche attraverso la revisione dei coefficienti. Ogni lavoratore deve contribuire direttamente alla costruzione di un pezzo della propria pensione attraverso la previdenza integrativa. E occorre tornare a chiamare le cose con il loro nome, distinguere previdenza da assistenza, affrontare con serietà il nodo dell’elaborazione di ammortizzatori sociali che rispondano realmente alla funzione che è loro propria di favorire il rapido reingresso del lavoratore nel mondo produttivo attraverso la formazione e non rappresentino più veri e propri parcheggi.

Quali sono le liberalizzazioni importanti che bisogna fare oltre a quelle già discusse?
Per quanto riguarda le liberalizzazioni è necessario uscire il prima possibile dal comodo equivoco tra le presunte vere e le presunte false. È chiaro che servono liberalizzazioni vere, strutturali, ma non ci si può più nascondere dietro l’alibi di alcune più vere di altre senza mai fare una proposta articolata, organica, armonica e generalizzata. Per convincere i detentori di una rendita che devono fare un passo indietro occorre renderli consapevoli che lo stesso passo verrà richiesto contemporaneamente a tutti gli altri detentori delle altre rendite. Solo così, attraverso una contemporanea apertura dei mercati, i portatori di singoli interessi particolari potranno convincersi che dalle liberalizzazioni anche loro trarranno un vantaggio.

Che cosa impedisce al governo di riformare l’iter della Finanziaria e di renderlo più rapido?
È un compito che spetta al Parlamento ed è in corso in questi mesi una ricognizione per individuare possibili soluzioni. E non sono solo le leggi Finanziarie a segnare il passo di fronte al tira e molla delle continue rivendicazioni e proteste. Il problema è più generale e riguarda il fatto che di fronte a una fase di incertezza come quella che viviamo, con governi tanto instabili, con continui ricorsi al voto di fiducia per superare le disomogeneità all’interno delle coalizioni, con la sostanziale paralisi tra i due blocchi, ad uscirne ridimensionato è proprio il Parlamento, che soffre di uno svuotamento della sua funzione. Questo obbliga a una profonda riflessione che va oltre le leggi Finanziarie e richiede un’adeguata rilettura della funzione legislativa rendendo necessaria la ricerca di un nuovo punto di equilibrio tra il ruolo del governo e quello del Parlamento. Oltre alle riforme economiche servono anche quelle istituzionali. Ma il nostro bipolarismo non offre le garanzie necessarie per offrire al Paese le garanzie di cui necessiterebbe.

 
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