Liberalizziamo i servizi locali

E’ la convinzione di Nicola Rossi, economista e deputato, che sostiene che solo in questo modo il nostro Paese può competere con il resto dell’Europa

di Irene Consigliere
E’ il comparto dei servizi pubblici e privati a necessitare una urgente riforma perché è quello in cui si riconosce maggiormente la distanza tra l’economia italiana e le altre economie europee. E restituire efficienza alla pubblica amministrazione aumentandone il grado di trasparenza equivale a sottoporla alla disciplina cui le imprese private sono sottoposte nel mercato in cui operano. Questo il punto di partenza per riformare il Paese secondo Nicola Rossi, economista e deputato, che ritiene che sia proprio la pubblica amministrazione il principale elemento di freno del Paese e anche l’area dove guadagni di efficienza molto significativi potrebbero essere raggiunti a costi certamente valutabili. “E’ circa l’uno o il due percento del prodotto il costo per le famiglie e per le imprese delle inefficienze della macchina burocratica: circa quattro volte il volume di risorse coinvolto dall’operazione di riduzione del cosiddetto cuneo fiscale”, spiega Rossi per giustificare l’importanza di questa scelta.

E da quali liberalizzazioni bisognerebbe iniziare?
In prima posizione ci sono sicuramente i servizi pubblici locali. Anche in questo caso una corretta informazione del pubblico e una piena convinzione della classe politica sono ingredienti necessari anche se non sufficienti.

Ma in che modo?
Per rimanere nell’ambito della riforma della pubblica amministrazione, la concertazione in corso fra governo e sindacati ha già mostrato limiti evidenti. Si è chiesto è ottenuto che il governo intervenisse in sede di legge finanziaria sul fronte delle risorse per il contratto del pubblico impiego ma a fronte di questo impegno non sta emergendo dal tavolo di concertazione un impegno altrettanto cogente dei sindacati ad attaccare le vere e proprie patologie della pubblica amministrazione. Una preventiva consultazione delle parti è sempre buona norma ma, quando si tratta di attaccare vere e proprie posizioni di rendita, trasformare la consultazione in concertazione può condurre alla paralisi. Quel che comunque bisognerebbe fare è informare il pubblico delle ragioni e delle conseguenze di una riforma. Il consenso alle riforme molte volte non è automatico: è l’informazione che lo rende significativo e convinto. Ed è la convinzione della classe politica che guarda alle riforme ciò che contribuisce in misura sostanziale a rendere le riforme credibili.

Per quanto riguarda poi il mercato del lavoro bisogna ridiscutere le riforme proposte da Marco Biagi? E cosa frena un’adeguata riforma della previdenza?
Sia per il mercato del lavoro, sia per il sistema previdenziale, come per la pubblica amministrazione vale il discorso che la presenza di vere e proprie posizioni di rendita rende più difficile l’azione riformatrice. In realtà, su questo fronte il vero compito dei riformatori sta nel completare, non certo nel cancellare, il disegno costituito dai provvedimenti che hanno preso il nome da Tiziano Treu, prima, e da Marco Biagi, dopo. Completarlo con un sistema civile di ammortizzatori sociali, costruendo solidi canali di passaggio dai lavori flessibili al lavoro stabile e ridisegnando, dal punto di vista del mercato del lavoro, il periodo precedente il pensionamento.

Che cosa impedisce al governo di riformare l’iter della finanziaria, sul modello per esempio di ciò che accade in Gran Bretagna, dove il budget non viene emendato?
In Gran Bretagna sussiste una limitata possibilità di emendare il budget (sia pure solo nel senso di un maggiore rigore). Una distanza comunque molto considerevole rispetto alla situazione italiana. Il tema è urgente e il sistema politico ha trovato modo di aggirarlo sostanzialmente attraverso l’uso dei decreti legge e del voto di fiducia. La volontà del Parlamento di non rinunciare alle proprie prerogative (ammesso che così possa chiamarsi la facoltà di emendare il budget per finalità non esattamente coerenti con una sana disciplina di bilancio) ha portato, negli ultimi anni, a un esproprio radicale delle competenze parlamentari da parte dell’Esecutivo. Paradossalmente, la revisione delle procedure di bilancio (e la richiesta di una più trasparente informazione sul bilancio stesso) dovrebbe essere oggi una priorità per l’intero Parlamento.
 
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